Trecentocinquanta chilometri nel Parco del Gargano: il grande anello che sta trasformando la Puglia in una meta cicloturistica di culto

C’è un angolo di Puglia che rifiuta ogni cartolina scontata. Il Gargano interrompe bruscamente l’immagine del tacco assolato e pianeggiante. Al suo posto sorge uno sperone di roccia bianca che precipita nell’Adriatico, vestito di foreste fitte che sembrano scappate da qualche montagna del Nord. Da questa contraddizione geografica nasce il Giro ad Anello del Gargano, un tracciato di circa trecentocinquanta chilometri costruito per svelare un territorio che per anni ha vissuto quasi in incognito.

Il punto di partenza è Manfredonia, affacciata sul golfo che porta il suo stesso nome. Da lì il percorso si allarga in un grande cerchio e torna a richiudersi vicino a Mattinata, dopo aver girato intorno all’intero promontorio. Non ci sono grandi capitali dietro questo progetto, solo la testardaggine di un gruppo di appassionati garganici che ha ricucito insieme strade rurali abbandonate, tratturi e sentieri isolati. Il risultato è un racconto unico, pensato apposta per essere letto piano, un chilometro alla volta. Oggi si può affrontare da soli o con il supporto di guide locali, e si può scegliere tra tre versioni del percorso, su strada, gravel o mountain bike, a seconda di quanto sterrato si ha voglia di masticare.

Chi lo ha già pedalato lascia sempre lo stesso avvertimento: qui la fretta è sprecata. Bastano cinquanta chilometri al giorno, perché il vero lusso non sta nel taglio del traguardo ma nel fermarsi ancora un istante. Alcune tappe restano comunque toste, con oltre mille metri di dislivello concentrati in poche ore, e c’è chi sceglie l’e-bike proprio per lasciare che sia il paesaggio a scandire il passo, non il respiro affannato.

La prima grande sorpresa arriva tra gli alberi della Foresta Umbra. È una faggeta antichissima, oggi patrimonio Unesco, dove alcuni giganti verdi hanno superato indenni i secoli, come il celebre pino d’Aleppo conosciuto localmente come lo Zappino dello Scorzone. Da qui la strada sale verso Monte Sant’Angelo, il punto più alto del promontorio, dove una basilica scavata nella roccia viva custodisce da oltre mille anni il culto di San Michele Arcangelo. Poco più avanti, aggrappati alla parete come nidi di rondine, gli eremi di Pulsano regalano un silenzio quasi fisico, di quelli che restano addosso per anni.

Poi, senza preavviso, il paesaggio si arrende al mare. A Vieste il monolito candido di Pizzomunno spunta dalla sabbia come una scultura dimenticata lì da qualcuno, mentre poco al largo si aprono grotte marine che meritano una deviazione in barca. Pedalando verso Peschici si incrociano i trabucchi, quelle antiche macchine da pesca in legno che sfidano le onde da secoli, oggi spesso riconvertite in ristoranti dove un aperitivo al tramonto vale ogni goccia di sudore versata in salita. Peschici chiude questo tratto di viaggio arroccata sulla sua rupe bizantina, forse l’immagine più fotografata dell’intero litorale.

Il Gargano, però, non si accontenta di un solo elemento naturale. Custodisce anche un lago, il più grande tra quelli costieri d’Italia, dove crescono ostriche pregiate e dove pedalare assume improvvisamente un ritmo sospeso, quasi acquatico. Il lago di Varano regala l’ultima sorpresa a chi credeva di aver già catalogato ogni angolo del promontorio, prima che l’anello si richiuda tornando verso Mattinata e Manfredonia. Mentre la Regione Puglia completa la segnaletica lungo l’intero tracciato, il Gargano continua a costruirsi, quasi in silenzio, una fama sempre più solida tra chi sceglie di viaggiare lento, su due ruote.