L’Europa misura per la prima volta la ciclabilità: l’Italia scopre di avere un buco da centotrentottomila chilometri

Per la prima volta l’Europa ha una fotografia comune di quanto, e come, si pedala nei suoi ventisette paesi. Lo studio Cycling Counts, pubblicato dalla Commissione Europea lo scorso tre giugno in occasione della Giornata Mondiale della Bicicletta, ha fissato una base di riferimento continentale sulle infrastrutture ciclabili, misurando per la prima volta reti, utilizzo, sicurezza e servizi con criteri identici in tutti gli stati membri.

I numeri raccontano un continente più ciclabile di quanto si immagini, ma tutt’altro che omogeneo. Lo studio ha censito oltre novecentomila chilometri di piste e corsie ciclabili nell’intera Unione Europea, calcolando che quasi il ventiquattro per cento dei residenti pedala almeno una volta alla settimana. Nelle città con più di centocinquantamila abitanti, i servizi di bike sharing risultano ormai una presenza quasi scontata.

Per l’Italia, però, i numeri raccontano soprattutto un ritardo. Secondo un’elaborazione della Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta sui dati europei, al nostro paese mancherebbero circa centotrentottomilacentottantatré chilometri di infrastrutture ciclabili per raggiungere la capillarità dei Paesi Bassi, oggi il modello assoluto in Europa. Su scala continentale, per raddoppiare gli attuali livelli di utilizzo della bicicletta servirebbero altri quattrocentoventiquattromilaquattrocentoventisei chilometri di percorsi dedicati.

Il tema è tornato con forza anche durante la conferenza mondiale Velo-city duemilaventisei, ospitata quest’anno a Rimini, dove il dibattito si è spostato rapidamente dalle infrastrutture alla sicurezza stradale. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, gli incidenti stradali causano ogni anno circa un milione e centonovantamila vittime nel mondo, e restano la prima causa di morte tra i giovani dai cinque ai ventinove anni. Più della metà delle vittime appartiene alle categorie più vulnerabili della strada: pedoni, ciclisti, motociclisti.

Alcune città, però, offrono un contrappunto incoraggiante. Bruxelles ha presentato i risultati del piano Good Move, che punta a ridurre il traffico automobilistico del ventiquattro per cento entro il duemilatrenta: nell’area centrale della città il traffico motorizzato è già calato del ventisette per cento, mentre gli spostamenti in bicicletta sono cresciuti del trentasei. Ad Amsterdam, dove il limite di trenta chilometri orari copre ormai l’ottantadue per cento della rete stradale, il primo anno di applicazione ha portato a un calo dell’undici per cento negli incidenti e a una crescita del nove per cento negli spostamenti in bicicletta. Numeri che raccontano, meglio di ogni discorso, dove sta andando davvero la mobilità europea.