Ci sono paesaggi che la fotografia non riesce mai a rendere del tutto credibili, e le Meteore sono uno di questi. Enormi pinnacoli di arenaria svettano dalla pianura della Tessaglia come denti di pietra, scolpiti da milioni di anni di erosione, e in cima a molti di loro, da secoli, resistono monasteri ortodossi che sembrano aver fatto pace con la gravità. Oggi si possono raggiungere anche in bicicletta, lungo un anello di circa quindici chilometri e cinquecento metri di dislivello, con partenza da Kalabaka, la cittadina che fa da porta d’ingresso a tutta l’area.
La storia di questi luoghi comincia molto prima delle pietre che si vedono oggi. Fin dall’undicesimo secolo eremiti e asceti scelsero queste rocce isolate come rifugio spirituale, un posto dove pregare il più lontano possibile dal mondo. Fu però l’invasione turca del quattordicesimo secolo a trasformare quella scelta in urgenza: le comunità monastiche cercarono riparo sempre più inaccessibile, arrampicandosi letteralmente sulle cime più impervie pur di sfuggire alle incursioni. Dei ventiquattro monasteri costruiti in quei secoli, solo sei sono oggi visitabili e ancora abitati da monaci e suore ortodosse, e insieme formano un sito patrimonio dell’umanità Unesco dal 1988.
Il primo tratto in sella conduce a Kastraki, minuscolo paese già ai piedi delle pareti più impressionanti dell’intera zona, con una salita breve quanto basta per scaldare le gambe e far capire che non sarà una passeggiata. Attraversata la cittadina, tra taverne che meritano di essere segnate per la cena della sera, la strada comincia a inerpicarsi verso i primi monasteri, in un saliscendi che alterna asfalto e tratti più ripidi, mentre a ogni tornante il panorama si apre all’improvviso, come se qualcuno alzasse un sipario.
Un bivio segna il cuore del giro, il punto in cui bisogna decidere da che parte cominciare a soffrire. Da qui si può puntare prima verso Varlaam, che prende il nome dall’eremita che per primo lo abitò, e poi verso la Grande Meteora, il più antico e imponente dei monasteri visitabili, il capostipite di tutti gli altri. Entrambi si raggiungono dopo rampe di gradini scavati nella roccia, tra i cinquanta e i trecento a seconda del monastero. Fino a pochi decenni fa alcuni di questi edifici erano accessibili solo issando le persone con una carrucola, chiuse in sacchi di corda, come si issa un secchio da un pozzo: oggi restano solo le scale, comunque ripide, ma molto meno avventurose per chi si affida alle proprie gambe e non a una fune.
Tornati al bivio, la strada risale ancora verso Agia Triada, forse il più scenografico di tutti, arroccato su uno sperone isolato che fece da set al film di James Bond Solo per i tuoi occhi. Vi si accede tramite una scalinata scavata direttamente nella roccia, uno degli scorci più fotografati dell’intera area. Lungo il tragitto, punti panoramici come quello di Psaropetra permettono di ammirare l’intero complesso di pinnacoli da angolazioni diverse, un dettaglio che vale la pena sfruttare partendo presto al mattino, quando la luce radente accende le rocce di sfumature che cambiano minuto dopo minuto.
L’ultimo monastero del giro, Agios Stefanos, regala un sollievo del tutto insperato dopo tanta fatica: è l’unico raggiungibile senza un solo gradino, un finale gentile per chi ha già dato tutto nelle gambe. Chi vuole allungare la giornata, prima o dopo la pedalata, può fare tappa alle grotte preistoriche di Theopetra, a pochi chilometri da Kalabaka: risalgono a ventitremila anni fa, tra le testimonianze abitative più antiche del pianeta, e ospitano oggi un piccolo centro di documentazione dedicato alla formazione geologica di tutta la regione.
Ogni monastero segue propri giorni e orari di chiusura, che cambiano stagionalmente ed è meglio verificare prima di partire, per non pedalare fin lassù e trovare i cancelli sbarrati. Pedalare tra questi giganti di pietra, con il fiato corto per la salita e lo sguardo perso tra le rocce, resta uno dei modi più onesti per scoprire un luogo che auto e bus turistici raccontano sempre troppo di fretta, lasciando invece a chi arriva in sella il tempo di fermarsi, respirare, e capire davvero perché gli eremiti scelsero proprio queste rocce per avvicinarsi al cielo.











