Le Lame del Sesia in bicicletta: sessantatré chilometri tra risaie, garzaie e un’abbazia millenaria che pochi piemontesi conoscono

C’è un punto del Piemonte dove le colline si arrendono all’improvviso, e il paesaggio si scioglie in acqua, canneti e specchi fluviali che sembrano appartenere a tutt’altra regione. È il Parco Naturale delle Lame del Sesia, istituito nel millenovecentosettantotto lungo circa otto chilometri del medio corso del fiume, tra le province di Vercelli e Novara. Il nome stesso è già un piccolo racconto geografico: le lame sono le lanche e gli specchi d’acqua che nascono ogni volta che il Sesia, in piena, decide di spostare leggermente il proprio letto, come se non riuscisse mai a stare fermo del tutto.

Il percorso cicloturistico che attraversa questo mondo sospeso tra terra e acqua misura circa sessantatré chilometri, un anello che parte e torna alla stazione ferroviaria di Vercelli. Si segue prima la sponda sinistra del Sesia fino a Carpignano, poi si rientra lungo la sponda opposta, alternando asfalto a lunghi tratti sterrati che compongono circa l’ottanta per cento dell’intero tracciato. Il dislivello è praticamente inesistente, ma le ore da macinare in sella, insieme a un fondo non sempre semplice, chiedono comunque gambe abituate alla bicicletta.

Il momento che spiazza davvero arriva nella zona dell’Isolone di Oldonico, dove vive una delle garzaie più grandi d’Italia. Aironi, sgarze, nitticore, persino ibis sacri nidificano qui in colonie fittissime, in un contrasto quasi onirico con le distese di riso che dominano tutto il paesaggio circostante. Il parco funziona come un’isola di biodiversità dentro la monocoltura risicola più importante del Piemonte, l’ultimo lembo rimasto di foreste di pianura che un tempo coprivano l’intera zona, prima che il riso prendesse tutto il resto.

Poco più avanti, seguendo il fiume, si incontra San Nazzaro Sesia. Qui un’abbazia benedettina del decimo secolo custodisce uno dei rari esempi di architettura romanico-gotica sopravvissuti in tutto il Piemonte, un edificio che sembra fuori scala rispetto ai borghi agricoli che lo circondano. Poco distante si attraversano paesi che portano il proprio destino scritto nel nome, come Arborio, sinonimo in mezzo mondo di una delle varietà di riso più pregiate, coltivata proprio in questa Baraggia Vercellese e Biellese oggi tutelata da una denominazione d’origine protetta.

Il viaggio si chiude a Vercelli, che merita una sosta più lunga di quella concessa dalla semplice tappa finale, prima di tornare al punto di partenza. Lungo tutto il percorso, punti di noleggio bici e piccole officine per riparazioni d’emergenza rendono l’anello accessibile anche a chi arriva su un’e-bike o non ha grande esperienza cicloturistica alle spalle. Un itinerario che, nella sua apparente semplicità geografica, nasconde una delle esperienze naturalistiche più autentiche e meno raccontate di tutto il Piemonte.