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Cicloturismo

Il blog dedicato al cicloturismo ed ai viaggi in bicicletta

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by Matteo

La Val Colla in bicicletta: salite silenziose e panorami sul Ceresio

16/02/2026 in Viaggi

Chi cerca il silenzio deve solo salire. Basta lasciare il lungolago di Lugano e puntare verso nord, in direzione della Val Colla, per entrare in un’altra dimensione. Qui il cicloturismo diventa più intimo, più fisico, più montano.

La salita verso Tesserete è progressiva, regolare, adatta anche a chi non è uno scalatore puro ma vuole mettersi alla prova. I tornanti si susseguono tra boschi di castagni e piccoli nuclei rurali. Il traffico diminuisce man mano che si guadagna quota e la vista sul Lago di Lugano si apre alle spalle, sempre più ampia.

Tesserete è una pausa naturale. Una piazza raccolta, un caffè all’aperto, fontane dove riempire la borraccia. Da qui si può scegliere: proseguire verso i paesi più alti della valle, come Cimadera e Certara, oppure spingersi fino ai piedi del Monte Bar per chi ha ancora energie.

La Val Colla è una meta perfetta per le e-bike, ma anche per i ciclisti tradizionali che amano le salite costanti e mai estreme. I dislivelli si fanno sentire il giro completo può superare facilmente i 1.000 metri di salita ma la ricompensa è un paesaggio autentico, lontano dal turismo più affollato del lungolago.

Qui il ritmo cambia. Non ci sono piste ciclabili perfettamente asfaltate, ma strade di montagna ben tenute, curve ampie e tratti immersi nel verde. In autunno, il foliage accende i boschi di tonalità rosse e dorate; in estate, l’ombra degli alberi protegge dal caldo.

Il rientro verso Lugano è un regalo: una lunga discesa panoramica che riporta gradualmente al lago, con la sensazione di aver attraversato un piccolo mondo sospeso tra acqua e montagna.

Per chi ama il cicloturismo che alterna contemplazione e fatica, la Val Colla è un itinerario da segnare in agenda. Non è solo un giro in bici: è un cambio di prospettiva, a pochi chilometri dal lago ma lontanissimo dal rumore.

by Matteo

Tra acqua e dogane: la ciclabile del Lago di Lugano tra Porlezza e Gandria

16/02/2026 in Viaggi

C’è un momento preciso, pedalando lungo il Lago di Lugano, in cui il rumore delle auto scompare e resta solo il suono regolare delle ruote sull’asfalto. È il tratto che unisce Porlezza a Gandria, un itinerario transfrontaliero che mescola Italia e Svizzera, acqua e montagna, natura e piccoli borghi affacciati sul lago.

Si parte da Porlezza, all’estremità italiana del Ceresio. Il paese, raccolto e tranquillo al mattino, offre subito una pista ciclabile pianeggiante che costeggia il fiume Cuccio e conduce verso il lago. I primi chilometri sono ideali per scaldare le gambe: fondo regolare, traffico limitato, panorami che si aprono gradualmente sulle acque del Lago di Lugano.

La rotta segue in parte il tracciato della vecchia ferrovia dismessa, oggi riconvertita in percorso ciclopedonale. Si attraversano gallerie fresche e illuminate, si costeggiano pareti rocciose e si alternano tratti ombreggiati a scorci luminosi sul lago. È un itinerario adatto a tutti: famiglie con bambini, cicloturisti con borse laterali, e-bike in cerca di un giro panoramico senza eccessive pendenze.

Superato il confine, l’atmosfera cambia senza cambiare davvero. Le case si fanno più ordinate, le piste più segnalate, ma il paesaggio resta lo stesso: acqua blu intensa e montagne che sembrano tuffarsi direttamente nel lago. L’arrivo a Lugano è spettacolare. La città accoglie il ciclista con un lungolago elegante, giardini curati e la vista sul Monte Brè e sul San Salvatore.

Per chi desidera proseguire, l’ultimo tratto verso Gandria è un piccolo gioiello. Il villaggio, un tempo borgo di pescatori e contrabbandieri, appare come un grappolo di case color pastello aggrappate alla montagna. Qui la bici si parcheggia e si continua a piedi tra vicoli stretti e scalinate che raccontano storie di confine.

Il percorso complessivo, a seconda delle varianti, varia tra i 25 e i 35 chilometri. Il dislivello è contenuto, ma non mancano brevi strappi che rendono il giro dinamico. Ideale in primavera e in autunno, quando il lago riflette colori più morbidi e il traffico turistico è ridotto.

È un itinerario che unisce due Paesi senza mai perdere il filo del paesaggio. Un viaggio breve, ma capace di restare addosso come certe giornate limpide di vento leggero.

by Matteo

Dalle rotaie all’asfalto verde: quando le ferrovie dismesse diventano piste ciclabili

15/02/2026 in News

Le ferrovie dismesse possono trasformarsi in piste ciclabili? Non solo possono: in molti casi lo stanno già facendo, diventando simbolo di rinascita urbana e territoriale. Dove un tempo correvano treni locali e merci, oggi pedalano famiglie, sportivi e turisti alla ricerca di percorsi sicuri, panoramici e sostenibili.

Un patrimonio dimenticato che torna a vivere

In Italia, centinaia di chilometri di linee ferroviarie secondarie sono stati abbandonati nel corso del Novecento, vittime della progressiva riduzione del traffico su rotaia e dello sviluppo della mobilità su gomma. Questi tracciati, spesso immersi in contesti naturali di pregio, sono rimasti per anni inutilizzati.

La loro riconversione rappresenta una scelta strategica: le infrastrutture ferroviarie, infatti, sono progettate con pendenze dolci e curve ampie, caratteristiche ideali per la mobilità ciclistica. Inoltre, la presenza di ponti, viadotti e gallerie aggiunge valore paesaggistico e attrattiva turistica ai nuovi percorsi.

Esempi virtuosi in Italia

Tra i casi più noti c’è la Ciclovia Spoleto-Norcia, realizzata lungo il tracciato della ex ferrovia che collegava Spoleto a Norcia. Il percorso attraversa l’Appennino umbro tra gallerie illuminate e spettacolari viadotti, attirando ogni anno migliaia di cicloturisti.

Altro esempio emblematico è la Ciclabile delle Dolomiti, nata dalla trasformazione della storica ferrovia delle Dolomiti. Il tracciato si snoda tra montagne patrimonio naturale e borghi alpini, offrendo un itinerario di grande fascino che unisce sport e valorizzazione del territorio.

Anche nel Nord Italia si moltiplicano i progetti di recupero, spesso sostenuti da associazioni come la FIAB, che promuove una rete nazionale di ciclovie e mobilità sostenibile.

Benefici economici e ambientali

La trasformazione delle ferrovie dismesse in piste ciclabili non è soltanto una scelta ambientale, ma anche economica. Il cicloturismo è un settore in crescita costante e genera ricadute positive su ristorazione, strutture ricettive e commercio locale.

Inoltre, il recupero di queste infrastrutture evita il consumo di nuovo suolo e restituisce spazi pubblici alle comunità. Si tratta di un modello di rigenerazione a basso impatto che coniuga tutela del paesaggio, mobilità dolce e sviluppo sostenibile.

Una visione per il futuro

Il riuso delle linee ferroviarie abbandonate racconta una nuova idea di infrastruttura: non più solo corridoio di trasporto veloce, ma spazio condiviso, accessibile e integrato nel territorio.

In un’epoca in cui la sostenibilità è diventata una priorità, pedalare dove un tempo passava il treno non è soltanto un gesto simbolico. È la dimostrazione concreta che il passato può essere reinventato, trasformando l’eredità industriale in opportunità per le generazioni future.

by Matteo

La Loira in bicicletta: viaggio lento lungo il fiume dei castelli

14/02/2026 in Viaggi

C’è un modo semplice per capire la Francia senza passare dalle autostrade: seguire il corso della Loira in bicicletta. L’itinerario conosciuto come La Loire à Vélo si sviluppa per oltre 900 chilometri, dall’entroterra fino all’Atlantico, attraversando paesaggi agricoli, città d’arte e una delle più alte concentrazioni di castelli d’Europa. È un percorso che non punta alla sfida sportiva, ma alla continuità del viaggio.

Il tratto più frequentato è quello tra Orléans e Tours, circa 120 chilometri pianeggianti che costeggiano il fiume alternando piste ciclabili dedicate e strade secondarie a basso traffico. La segnaletica è chiara, i servizi diffusi, l’organizzazione capillare. La Francia, quando investe sul cicloturismo, lo fa con metodo.

La pedalata è regolare, senza strappi. La Loira scorre ampia, con le sue isole sabbiose e gli argini verdi. Ogni pochi chilometri appare una torre, una facciata rinascimentale, un profilo in pietra chiara. Il più celebre è il Castello di Chambord, con le sue geometrie monumentali e la celebre scala attribuita a Leonardo da Vinci. Poco più avanti, il Castello di Chenonceau attraversa il fiume Cher con le sue arcate eleganti, diventando uno dei luoghi più fotografati dell’intero itinerario.

Ma ridurre il percorso a una sequenza di monumenti sarebbe un errore. La Loira in bici è soprattutto ritmo rurale: vigneti ordinati, mercati di paese, boulangerie dove fermarsi per una pausa che diventa parte del tragitto. Il fondo è prevalentemente asfaltato o in stabilizzato compatto, adatto a bici da trekking, gravel ed e-bike. Le distanze giornaliere si modulano facilmente: 40 o 60 chilometri al giorno consentono di viaggiare senza fretta, lasciando spazio alle deviazioni.

Dal punto di vista tecnico, non ci sono difficoltà rilevanti. Il dislivello è minimo, il vento può incidere ma raramente diventa un ostacolo serio. Il periodo migliore va da aprile a ottobre, con una preferenza per tarda primavera e inizio autunno, quando le temperature sono miti e l’afflusso turistico più contenuto.

Arrivando a Tours, con le sue case a graticcio e le piazze animate, si ha la sensazione di aver attraversato una Francia meno spettacolare ma più autentica. Non quella delle metropoli, ma quella delle province operose, dei campi coltivati, dei fiumi lenti.

La Loira non impone un’impresa sportiva. Propone piuttosto un patto: rallentare per vedere meglio. In un’epoca che misura tutto in velocità e performance, seguire il corso di un fiume diventa quasi un gesto controcorrente. Ed è forse proprio questa la ragione del suo successo crescente tra i cicloturisti europei.

by Matteo

European Cycling Tourism Market Set to Boom nel 2026: impatti per i viaggiatori su due ruote

13/02/2026 in News

Il cicloturismo europeo si prepara a entrare in una nuova fase di espansione. Le previsioni per il 2026 indicano una crescita significativa del mercato del turismo in bicicletta, trainata dalla domanda di viaggi sostenibili, dall’aumento dell’uso delle e-bike e da investimenti sempre più consistenti nelle infrastrutture ciclabili. Un trend che promette ricadute concrete non solo per operatori e territori, ma soprattutto per chi sceglie di viaggiare pedalando.

Un settore in accelerazione

Negli ultimi anni il cicloturismo è passato da nicchia a segmento strutturato dell’offerta turistica europea. La combinazione tra attenzione ambientale, benessere fisico e desiderio di esperienze autentiche ha spinto un numero crescente di viaggiatori a scegliere la bicicletta come mezzo principale di esplorazione. Nel 2026, secondo le analisi di mercato, questa tendenza è destinata a rafforzarsi ulteriormente, con un aumento sia dei flussi interni sia di quelli internazionali.

A sostenere la crescita contribuisce anche la progressiva destagionalizzazione: pedalare non è più solo un’attività estiva, ma una modalità di viaggio praticabile in primavera e in autunno, con benefici diretti per le economie locali.

Infrastrutture e reti europee

Uno dei pilastri dello sviluppo è rappresentato dalle grandi reti ciclabili continentali. Il sistema EuroVelo, che collega decine di Paesi attraverso itinerari a lunga percorrenza, continua ad ampliarsi e a migliorare in termini di segnaletica, sicurezza e servizi. Per il cicloturista questo significa poter attraversare confini nazionali con maggiore continuità, pianificando viaggi di più settimane su percorsi riconoscibili e sempre meglio attrezzati.

Parallelamente, molte regioni investono su ciclovie locali e interregionali, spesso recuperando ferrovie dismesse, argini fluviali e strade secondarie, trasformandole in corridoi verdi dedicati alla mobilità lenta.

E-bike e digitalizzazione

Un altro fattore chiave del boom previsto per il 2026 è la diffusione delle biciclette a pedalata assistita. Le e-bike ampliano il pubblico potenziale del cicloturismo, rendendo accessibili itinerari collinari e montani anche a chi non ha una preparazione atletica avanzata. Questo ha un impatto diretto sull’offerta turistica, che si diversifica con pacchetti pensati per coppie, famiglie e viaggiatori senior.

Cresce anche il ruolo del digitale: app di navigazione, sistemi di prenotazione online e mappe interattive semplificano l’organizzazione del viaggio e favoriscono l’autonomia dei cicloturisti, riducendo la necessità di intermediazione tradizionale.

L’impatto sui territori

Per le destinazioni, il cicloturismo rappresenta una leva di sviluppo sostenibile. I viaggiatori in bici tendono a fermarsi più a lungo, a utilizzare strutture ricettive di piccole dimensioni e a consumare prodotti locali. Un modello che distribuisce la spesa su aree spesso escluse dai grandi flussi turistici.

Organizzazioni come la European Cyclists’ Federation sottolineano come il cicloturismo possa contribuire alla rigenerazione delle aree rurali e interne, favorendo occupazione e imprenditoria locale senza gli impatti negativi del turismo di massa.

Cosa cambia per i cicloturisti

Per chi viaggia in bicicletta, il 2026 potrebbe tradursi in un’offerta più ampia e strutturata: percorsi meglio segnalati, alloggi bike-friendly, servizi di assistenza e trasporto bagagli sempre più diffusi. Allo stesso tempo, l’aumento della domanda impone una sfida: preservare lo spirito del viaggio lento, evitando che la crescita snaturi l’esperienza.

Il boom annunciato non è solo una questione di numeri, ma di qualità. Se ben governato, il cicloturismo europeo può diventare uno dei modelli più efficaci di turismo responsabile, capace di coniugare libertà di movimento, rispetto dei territori e piacere del viaggio.

by Matteo

Il telaio da viaggio non è una moda: perché oggi è il vero cuore della bici da cicloturismo

12/02/2026 in Tecnica

Nel cicloturismo si parla spesso di borse, rapporti, gomme e accessori. Ma c’è un elemento che più di ogni altro determina il successo – o il fallimento – di un viaggio su due ruote: il telaio. Negli ultimi anni, complice l’evoluzione del bikepacking e dei viaggi a lungo raggio, il telaio da viaggio è tornato al centro del dibattito tecnico, distinguendosi sempre più nettamente da quello stradale o gravel “adattato”.

Non è solo una questione di materiali. È una filosofia progettuale.

Geometrie pensate per stare in sella tutto il giorno

La prima grande differenza tra un telaio da viaggio e uno sportivo riguarda le geometrie. Il cicloturismo richiede stabilità, prevedibilità e comfort, soprattutto quando la bici è carica.

I telai da viaggio moderni presentano:

angoli di sterzo più aperti, per una guida stabile anche a bassa velocità;

carro posteriore più lungo, che migliora la distribuzione dei pesi e riduce il rischio di contatto tra talloni e borse;

stack più alto e reach più contenuto, per una posizione meno aggressiva e più sostenibile nel tempo.

Il risultato è una bici che non invita allo scatto, ma alla continuità. Un mezzo che perdona gli errori e accompagna il ciclista per ore, giorno dopo giorno.

Acciaio, alluminio o titanio? Conta più il progetto del materiale

Nel dibattito sui telai da viaggio il materiale resta un tema caldo. L’acciaio continua a essere il riferimento per molti viaggiatori, grazie a:

elasticità naturale,

facilità di riparazione,

comportamento prevedibile sotto carico.

Ma l’alluminio, se ben progettato, ha colmato molte lacune del passato, mentre il titanio rappresenta una nicchia di altissimo livello, capace di unire comfort, leggerezza e resistenza alla corrosione.

La vera discriminante, però, non è il materiale in sé, ma come il telaio è stato pensato: spessori, rinforzi nei punti critici, compatibilità con carichi elevati. Un buon telaio da viaggio nasce prima sul tavolo del progettista e solo dopo in fabbrica.

Predisposizioni: il telaio come piattaforma modulare

Il cicloturismo contemporaneo è sempre più ibrido. Portapacchi, borse morbide, portaborracce extra, dinamo, parafanghi: tutto deve convivere senza compromessi. Per questo i telai da viaggio moderni sono diventati vere e proprie piattaforme modulari.

Le caratteristiche più richieste includono:

attacchi multipli per portaborracce e cargo cage,

occhielli per portapacchi anteriori e posteriori,

compatibilità con parafanghi e coperture larghe,

passaggio cavi pensato per semplicità e manutenzione.

Un telaio ben progettato non impone un solo modo di viaggiare, ma si adatta a stili diversi: dal viaggio classico con borse rigide al bikepacking minimalista.

Ruote larghe e standard “pratici”

Altro elemento chiave è la compatibilità con ruote e pneumatici generosi. Il telaio da viaggio non insegue le mode estreme, ma privilegia soluzioni collaudate:

spazio per gomme larghe, spesso oltre i 50 mm;

standard diffusi e facilmente reperibili;

forcellini e dropout robusti, pensati per carichi elevati.

In questo senso, molti produttori stanno tornando a standard meno esasperati e più orientati alla riparabilità globale, un aspetto cruciale quando si viaggia lontano dai centri specializzati.

Comfort strutturale: quando il telaio lavora per il ciclista

Nel viaggio lungo il comfort non è un lusso, ma una necessità. Un telaio da viaggio efficace assorbe vibrazioni, riduce l’affaticamento e contribuisce alla salute del ciclista tanto quanto una buona sella o una corretta posizione.

Foderi sottili, tubazioni conificate e una progettazione attenta alla flessione controllata fanno la differenza. Non si tratta di “ammortizzare”, ma di filtrare: lasciare passare le informazioni utili della strada, attenuando ciò che alla lunga stanca.

Il telaio come compagno di viaggio, non come oggetto di performance

A differenza del ciclismo sportivo, nel cicloturismo il telaio non è giudicato per i watt risparmiati, ma per i problemi evitati. È una componente che lavora nell’ombra, ma che diventa protagonista quando qualcosa va storto o quando tutto funziona alla perfezione.

Un buon telaio da viaggio non promette velocità. Promette continuità. È quello che, anche dopo mille chilometri, invita a risalire in sella il mattino seguente.Ed è forse questa la sua qualità più importante.

by Matteo

La Via Verde della Sierra: pedalare tra gallerie, viadotti e pueblos blancos

11/02/2026 in Viaggi

Nel sud della Spagna esiste un percorso che sembra fatto apposta per chi ama il cicloturismo lento, panoramico e ricco di storia. È la Via Verde della Sierra, uno dei tracciati ciclabili più affascinanti dell’Andalusia, ricavato da una linea ferroviaria mai entrata in funzione.

Il percorso si snoda per circa 36 chilometri, tra le province di Cadice e Siviglia, attraversando un paesaggio dominato da oliveti, colline calcaree e pueblos blancos arroccati sulle alture. L’assenza di traffico motorizzato e le pendenze dolci lo rendono ideale anche per famiglie e cicloturisti meno allenati.

Uno degli elementi più suggestivi sono le 30 gallerie e i numerosi viadotti in pietra, testimonianza di un progetto ferroviario di fine Ottocento mai completato. Pedalare al loro interno significa viaggiare nel tempo, con il fresco naturale delle gallerie che regala sollievo soprattutto nelle giornate più calde.

La tappa più iconica è Olvera, con il suo castello e la chiesa che dominano il paese, offrendo una vista spettacolare sulla campagna andalusa. Lungo il percorso non mancano aree di sosta, vecchie stazioni ferroviarie riconvertite e punti di ristoro.

La Via Verde della Sierra è più di una pista ciclabile: è un esempio riuscito di turismo sostenibile, dove la bicicletta diventa il mezzo perfetto per scoprire un’Andalusia autentica, lontana dai circuiti più affollati.

by Matteo

Da Girona alla Costa Brava: tra colline catalane e Mediterraneo

11/02/2026 in Viaggi

Girona è ormai considerata una delle capitali europee del ciclismo, ma basta uscire di pochi chilometri dal centro storico per capire perché. Uno dei percorsi più amati dai cicloturisti è quello che collega la città catalana alla Costa Brava, seguendo l’antico tracciato ferroviario oggi noto come Via Verde del Carrilet.

Il percorso misura circa 40 chilometri e collega Girona a Sant Feliu de Guíxols, sul Mediterraneo. Si parte dalle rive del fiume Onyar e si pedala inizialmente tra campi coltivati e piccoli borghi medievali, con un fondo compatto e ben curato, perfetto per gravel e bici da viaggio.

Avvicinandosi alla costa, il paesaggio cambia gradualmente: le colline si fanno più pronunciate, la vegetazione diventa mediterranea e l’aria salmastra anticipa l’arrivo al mare. Le vecchie stazioni ferroviarie, oggi riconvertite in bar o punti informativi, raccontano la storia di un territorio che ha saputo reinventarsi.

L’arrivo a Sant Feliu de Guíxols è il premio finale: spiagge, porto, lungomare e la possibilità di proseguire lungo la costa o concedersi una pausa gastronomica a base di pesce e cucina catalana.

Questo itinerario rappresenta una sintesi perfetta tra ciclismo, cultura e mare, ed è ideale in primavera e autunno, quando il clima è mite e il flusso turistico più contenuto.

by Matteo

Sentiero della Bonifica: 62 chilometri nel cuore della Toscana etrusca

10/02/2026 in Viaggi

Un viaggio in bicicletta tra storia e natura lungo il Canale Maestro della Chiana. Il tracciato pianeggiante collega Arezzo a Chiusi attraversando laghi, riserve naturali e borghi millenari

Pedalare lungo il Sentiero della Bonifica significa compiere un viaggio nel tempo attraverso uno dei territori più affascinanti della Toscana. Questo percorso ciclabile di circa 62 chilometri, interamente su sterrato in terra battuta, costeggia il Canale Maestro della Chiana unendo le province di Arezzo e Siena in un’esperienza adatta a tutti i livelli di preparazione fisica.

L’antica strada utilizzata dai manovali per la manutenzione del canale e delle chiuse è oggi una ciclovia completamente chiusa al traffico veicolare, che si snoda tra paesaggi d’acqua, testimonianze storiche e produzioni agricole di eccellenza. Il tracciato, totalmente pianeggiante e privo di dislivelli, fa parte della EuroVelo 7, la Ciclovia del Sole che collega Capo Nord a Malta, ed è particolarmente adatto al turismo sportivo familiare.

Un territorio tra bonifica e civiltà etrusca

Il punto di partenza è strategicamente posizionato nel luogo dove si trova l’argine artificiale che segna il confine tra la Chiana toscana, che digrada verso l’Arno, e la Chiana romana, che defluisce verso il Tevere. La prima parte del sentiero regala atmosfere da sogno: si pedala in aree verdeggianti tra il lago di Chiusi e il lago di Montepulciano, antiche testimonianze della palude originaria e oggi luoghi ideali per piacevoli soste.

Nei pressi del lago di Montepulciano, area protetta che si trova lungo un’importante via migratoria tra Arno e Tevere, una sosta è d’obbligo per gli amanti del birdwatching. Il Centro Visite “La Casetta” mette a disposizione capanni e piattaforme per l’osservazione dell’avifauna, con la possibilità di navigare sulle acque del lago. Il vicino lago di Chiusi, chiamato in passato “Chiaro di Luna” per una leggenda che narra di come la dea Noctiluca vi si specchiasse nelle notti serene, rappresenta un’oasi WWF dove è possibile ammirare numerose specie di animali protetti e uccelli migratori.

Deviazioni verso borghi d’arte

All’altezza del chilometro 37, il Sentiero dei Principi Etruschi si innesta sulla destra della pista ciclabile offrendo un’affascinante deviazione di 12 chilometri verso Cortona. Il borgo medievale, abitato fin dall’VIII secolo avanti Cristo quando gli etruschi lo chiamavano Curtun, si erge come avamposto della Val di Chiana aretina. La salita finale è decisamente impegnativa, ma la ricompensa di esplorare una città così ricca di storia ripaga abbondantemente la fatica.

Il tratto aretino del percorso si addentra nell’anima agricola della Val di Chiana, la Toscana del vino, dell’olio extravergine d’oliva e del grano che qui si arricchisce di produzioni pregiate di pere, mele e susine. Lungo il sentiero si susseguono ponti di ferro, colmate e manufatti idraulici storici, testimonianze dell’opera secolare di bonifica che ha coinvolto ingegneri, matematici e idraulici illustri, da Leonardo da Vinci a Vittorio Fossombroni, tecnico illuminato che vi lavorò per oltre 50 anni fino alla sua morte nel 1844.

Un’esperienza bike-friendly

Il percorso si distingue per la forte caratterizzazione turistica nel senso della piena fruibilità, così come avviene per le piste ciclabili europee destinate a chi viaggia senza fretta utilizzando la bici come mezzo per vivere pienamente il territorio. L’altimetria decisamente piatta la rende adatta a viaggi per famiglie con bambini, offrendo quella Toscana dai profili collinari e montuosi che qui si distende e diventa amica anche di ciclisti non necessariamente allenati.

La ciclabile del Canale Maestro della Chiana è anche un’occasione per entrare in contatto diretto con luoghi e persone che raccontano il territorio attraverso importanti produzioni come vino, olio, frutta e la celebre carne chianina. Seguendo la ciclabile si scoprono cantine, frantoi e artigiani ignorati dalle rotte tradizionali del turismo, in una sorta di via preferenziale verso il cuore di una valle frequentata ma sconosciuta da chi l’attraversa in auto o in treno.

Il percorso in linea, abbinato al trasporto integrato con il treno grazie alle stazioni di Chiusi e Arezzo, permette di effettuare l’intero tracciato senza dover tornare sui propri passi. I servizi dedicati lungo il percorso – noleggio bici, trasporto bagagli, punti assistenza e strutture turistico-ricettive specializzate – rendono questa strada ciclabile un punto di riferimento nel cuore della Toscana, facilmente raggiungibile e perfettamente organizzata per accogliere cicloturisti da tutta Europa.

Brevi deviazioni dal percorso principale permettono di effettuare un vero e proprio viaggio alla scoperta di città d’arte come Montepulciano, Chiusi, Castiglion Fiorentino e naturalmente Cortona, trasformando una semplice pedalata in un’esperienza culturale completa attraverso la terra degli etruschi e della bonifica lorenese.

by Matteo

Ciclovia dell’Arno: dalle Foreste Casentinesi al Tirreno seguendo il fiume simbolo della Toscana

10/02/2026 in Viaggi

Oltre 270 chilometri di percorso ciclabile dalla sorgente del Monte Falterona alla foce di Marina di Pisa. Un’esperienza di cicloturismo attraverso città d’arte, riserve naturali e borghi medievali. Il 90% del tracciato è già completato

Seguire il corso di un fiume dalla sua nascita fino al mare, attraversando la Toscana in tutta la sua varietà paesaggistica e culturale. È questa l’esperienza che offre la Ciclovia dell’Arno, un itinerario di circa 270 chilometri che rappresenta l’asse portante del sistema delle vie ciclabili toscane e uno dei percorsi ciclopedonali più ambiziosi d’Italia.

Il progetto, nato sull’esempio delle grandi ciclovie fluviali europee come quelle del Danubio o della Drava, si sviluppa da Stia, piccolo borgo del Casentino alle pendici del Monte Falterona dove il fiume nasce, fino a Marina di Pisa, dove l’Arno incontra il Mar Tirreno. Secondo il Documento di Monitoraggio del Piano Regionale Integrato Infrastrutture e Mobilità 2025, il 90% del percorso totale è già stato completato o è in fase di completamento.

Un viaggio attraverso tre province

La Ciclovia dell’Arno attraversa interamente le province di Arezzo, Firenze e Pisa, intersecandosi con vari percorsi nazionali e internazionali. Il tratto compreso tra Firenze e Chiusi coincide con la rete EuroVelo 7, l’itinerario dell’Europa Centrale che congiunge Capo Nord a Malta. Comprendendo anche i collegamenti multimodali con le stazioni ferroviarie e i collegamenti verso i centri urbani, il Sistema integrato Ciclovia dell’Arno – Sentiero della Bonifica si sviluppa per oltre 500 chilometri di percorsi.

Il viaggio inizia a Stia, comune di 3000 abitanti nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, e si sviluppa verso sud in un’ampia valle circondata dai rilievi appenninici. Dopo soli 10 chilometri si incontra il borgo di Poppi, dominato dal castello dei Conti Guidi e inserito nella lista dei borghi più belli d’Italia. Sarebbe un peccato non concedersi una sosta per ammirare la valle dall’alto del castello prima di proseguire.

Tra riserve naturali e città d’arte

Il percorso prosegue attraversando Bibbiena e Castelnuovo, dove la valle improvvisamente si chiude con le montagne che arrivano quasi a toccare il fiume. Superato questo punto, si sbuca nella piana di Arezzo e si pedala nella Riserva Naturale Regionale Ponte a Buriano e Penna, che circonda l’invaso de La Penna formatosi nel 1958 in seguito alla costruzione di una diga. La zona è frequentata da diverse specie di volatili come sosta durante le migrazioni o per lo svernamento.

Pochi chilometri dopo si incontra un’altra riserva, quella della Valle dell’Inferno e Bandella, chiamata così per la difficile navigazione su questo tratto dell’Arno prima della costruzione della diga. È in questa zona che il fiume comincia a descrivere un’ampia curva che lo porta a dirigersi verso ovest, direzione che manterrà fino al mare.

Dopo un’ultima curva si incontra Firenze, al chilometro 120. Il capoluogo toscano non ha certo bisogno di presentazioni, ma visitarlo in bicicletta permette di scoprirlo da una prospettiva diversa, pedalando lungo gli argini del fiume che regalano prospettive inedite sui monumenti più celebri. Passata Firenze, con un po’ di attenzione al traffico specialmente in periferia, si torna nella campagna toscana. La discesa, sempre molto leggera, è ormai finita e da qui al mare si pedala in pianura.

L’arrivo al mare attraverso Pisa

Il percorso continua attraverso la campagna empolese, raggiungendo Empoli dopo 150 chilometri dalla partenza. Una breve deviazione in salita porta a San Miniato, dove è possibile gustare il tartufo bianco, prodotto tipico locale. Si continua a seguire da vicino l’Arno nel suo tortuoso percorso fino a Pisa, altro gioiello dell’arte toscana. L’ingresso in città lungo la ciclabile è un’emozione crescente, fino a quando all’orizzonte non si staglia il profilo inconfondibile della Torre Pendente.

L’ultimo atto del viaggio è breve ma intenso. Dopo aver esplorato Piazza dei Miracoli e il centro storico pisano, si rimonta in sella per gli ultimi chilometri verso Marina di Pisa. Il percorso segue il fiume fino alla sua foce, in una zona conosciuta come Bocca d’Arno, caratterizzata dai “retoni”, le tipiche bilance da pesca su palafitte che creano un’atmosfera d’altri tempi. Arrivare con la brezza del mare sul viso è la conclusione perfetta di un’avventura indimenticabile.

Accessibilità e servizi

La bellezza della Ciclovia dell’Arno sta anche nella sua accessibilità. Il percorso è adatto sia a biciclette da strada che a mountain bike, con diversi tratti già dotati di segnaletica specifica. Le numerose stazioni ferroviarie lungo il tracciato permettono un facile accesso e la possibilità di percorrere anche solo alcune tappe, integrando treno e bicicletta per gli spostamenti quotidiani o turistici.

L’esperienza richiede dai 4 ai 5 giorni a seconda del ritmo e delle soste lungo il percorso. Il paesaggio cambia continuamente: dalle fitte foreste del Casentino alle dolci pianure che abbracciano Firenze, dai campi coltivati e pioppeti della zona di Empoli fino alla costa del Mar Tirreno. Lungo tutto il tracciato sono presenti in modo crescente strutture ricettive bike-friendly, punti di assistenza e servizi dedicati ai cicloviaggiatori.

La Ciclovia dell’Arno rappresenta un investimento importante della Regione Toscana per incentivare la mobilità sostenibile e promuovere il cicloturismo. Il progetto, di cui si era iniziato a parlare già negli anni Novanta, ha visto un vero cambio di passo solo con l’inserimento nel Piano Regionale delle Infrastrutture e della Mobilità del 2014, che ha previsto una rete di ciclovie di rilievo regionale pensate per abbattere le emissioni atmosferiche e aumentare l’attrattività turistica della Toscana.

Un percorso che serve prima di tutto ai residenti nei comuni rivieraschi – oltre 1 milione e 250mila persone – e poi a turisti ed escursionisti, per prendere contatto con il fiume, con la tradizione, la storia e la natura, ma anche per spostarsi per motivi di lavoro e studio verso i centri storici, le zone industriali, gli ospedali e le scuole. Una Toscana da scoprire pedalando lentamente, assaporando ogni chilometro di un viaggio che unisce passato e futuro sulle rive del fiume più importante della regione.