Tra piantagioni e nuvole: in bicicletta nell’Eje Cafetero colombiano
27/01/2026 in Viaggi
La Colombia che profuma di caffè esiste davvero. È un mosaico di colline verdi, villaggi colorati e strade secondarie che sembrano disegnate apposta per essere percorse in bicicletta. L’Eje Cafetero la “spina dorsale” del caffè colombiano è uno dei territori più affascinanti del Sudamerica per il cicloturismo: impegnativo, sì, ma anche incredibilmente generoso.
Il viaggio parte solitamente da Armenia o Pereira, nel cuore della regione, e si snoda tra saliscendi continui, piantagioni infinite e panorami che si perdono nella nebbia. Qui la bicicletta non è solo un mezzo: è il modo migliore per entrare in sintonia con un territorio che vive ancora a ritmo lento.
Le strade secondarie collegano paesi come Salento, Filandia e Pijao, piccoli gioielli coloniali dove il tempo sembra essersi fermato. Le case sono dipinte con colori accesi, i balconi traboccano di fiori e nelle piazze la vita scorre tra una tazza di tinto (il caffè locale) e una partita a domino.
Ma non bisogna farsi ingannare dalla bellezza: qui si sale tanto. Le pendenze raramente sono estreme, ma sono continue. Ogni collina è seguita da un’altra, in una sequenza che mette alla prova gambe e fiato. La ricompensa, però, è costante: discese panoramiche, silenzi interrotti solo dagli uccelli e incontri con contadini che salutano sempre con un sorriso.
Uno dei momenti più memorabili è la deviazione verso la Valle de Cocora, dove le palme da cera le più alte del mondo si alzano come cattedrali naturali sopra i pascoli. Arrivarci in bici significa guadagnarsi ogni metro di quello spettacolo.
Lungo il percorso è facile fermarsi in una finca cafetera, dove il caffè non è un prodotto turistico ma una questione di identità. Qui si scopre che dietro ogni tazza ci sono famiglie, storie, e un lavoro faticoso fatto ancora in gran parte a mano.
Dal punto di vista tecnico, il percorso è adatto a chi ha un minimo di allenamento e una bici con rapporti agili. L’asfalto è generalmente buono, ma non mancano tratti secondari più ruvidi. Il clima cambia rapidamente: sole, pioggia, nebbia possono alternarsi nello stesso giorno.
Pedalare nell’Eje Cafetero non è solo un viaggio geografico: è un’immersione in una Colombia rurale, gentile e autentica, dove la bicicletta non è un’intrusa, ma un’ospite benvenuta.
Da Bogotá a Villa de Leyva: l’altopiano andino in sella
27/01/2026 in Viaggi
Uscire da Bogotá in bicicletta è come sfogliare lentamente un atlante: la metropoli si dissolve, il traffico lascia spazio alle montagne e, chilometro dopo chilometro, il paesaggio diventa sempre più vasto, sempre più silenzioso.
La rotta verso Villa de Leyva è uno dei percorsi più affascinanti dell’altopiano andino colombiano. Non è il più semplice, né il più corto, ma è uno di quelli che restano impressi per la varietà di ambienti, climi e incontri.
Si parte da oltre 2.600 metri di altitudine, e l’aria rarefatta si fa sentire subito. I primi giorni sono un susseguirsi di salite lunghe e regolari, attraverso campagne coltivate, piccoli villaggi e strade dove la bicicletta suscita ancora curiosità e saluti.
Superata Zipaquirá e la sua famosa cattedrale di sale, il paesaggio si apre in un’alternanza di altipiani e vallate. Le temperature scendono di notte e il vento può diventare un avversario serio, soprattutto nei tratti più esposti.
Qui il viaggio diventa più contemplativo che sportivo. I ritmi si abbassano, le distanze si misurano più in fatica che in chilometri. Ma proprio per questo ogni arrivo in paese è una piccola vittoria: una zuppa calda, una stanza semplice, e il silenzio delle montagne fuori dalla finestra.
Avvicinandosi a Villa de Leyva, il paesaggio cambia ancora: diventa più secco, quasi semidesertico, con colline color ocra e cieli enormi. L’ingresso nella cittadina coloniale è uno di quei momenti che ripagano tutto: strade acciottolate, una delle piazze più grandi del Sudamerica e un’atmosfera sospesa nel tempo.
Dal punto di vista ciclistico, questo itinerario richiede buona preparazione fisica e una certa autonomia. I servizi non mancano, ma le distanze tra i centri abitati possono essere significative. Meglio avere una bici robusta e rapporti adatti all’alta quota.
Questo non è un percorso da “collezionare”. È un viaggio da attraversare lentamente, lasciando che l’altopiano andino faccia il suo lavoro: stancarti, ridimensionarti, e alla fine regalarti una sensazione rara di spazio e libertà.
Lungo la Côte d’Albâtre: da Étretat a Dieppe, la Normandia delle scogliere bianche
26/01/2026 in Viaggi
Se esiste una costa capace di togliere il fiato a ogni curva, quella è la Côte d’Albâtre, la costa d’alabastro della Normandia. Un itinerario in bicicletta tra Étretat e Dieppe è un concentrato di bellezza, fatica e meraviglia continua.
Si parte da Étretat, uno dei luoghi più iconici di Francia.
Le sue scogliere bianche e gli archi naturali sembrano usciti da un dipinto. Ma attenzione: i primi chilometri sono subito in salita, e fanno capire che questo non è un percorso da prendere alla leggera.
La strada corre alta sulle scogliere, alternando salite brevi ma ripide a discese vertiginose verso piccoli villaggi di pescatori come Fécamp, Yport e Saint-Valery-en-Caux. Ogni discesa promette il mare. Ogni risalita chiede il conto alle gambe.Il panorama è il vero protagonista: prati verdissimi che finiscono di colpo nel vuoto, il mare grigio-blu, il vento che spinge o frena senza preavviso. Qui il cicloturismo diventa viaggio fisico e contemplativo insieme.
Fécamp è una sosta obbligata, non solo per riposare, ma per respirare l’atmosfera del porto e magari assaggiare qualcosa di caldo. Poi si riparte, sempre su e giù, sempre sospesi tra cielo e mare.
L’arrivo a Dieppe regala un senso di conquista. Il porto, il castello, la lunga passeggiata sul mare: tutto invita a fermarsi e guardare indietro, verso le scogliere appena percorse.Questo è un itinerario più impegnativo, ma anche uno dei più spettacolari che si possano fare in Francia.
Normandia in bicicletta: da Bayeux alle spiagge del D-Day, viaggio nella storia tra vento e oceano
26/01/2026 in Viaggi
Pedalare in Normandia non è solo fare cicloturismo. È attraversare la storia, respirarla, sentirla sotto le ruote. Il percorso che da Bayeux conduce alle spiagge dello sbarco è uno dei più emozionanti che un ciclista possa affrontare in Europa: circa 60 chilometri tra campagna, scogliere e oceano, sempre accompagnati dal vento dell’Atlantico e da una memoria che non smette mai di parlare.
Si parte da Bayeux, cittadina elegante e silenziosa, famosa per il suo arazzo millenario. Bastano pochi chilometri per trovarsi immersi nella campagna normanna, tra siepi, pascoli e mucche al pascolo. Le strade sono secondarie, ben asfaltate e poco trafficate: ideali per chi ama pedalare senza stress.
Dopo una ventina di chilometri si arriva a Gold Beach, la prima delle storiche spiagge dello sbarco. Da qui in poi il viaggio cambia tono. Ogni chilometro è un incontro con la storia: musei, bunker, cimiteri militari, resti delle fortificazioni tedesche.
Il tratto più emozionante è quello che porta a Omaha Beach. La spiaggia è immensa, il mare spesso grigio, il vento costante. Pedalare qui è un’esperienza quasi solenne. Poco distante, il cimitero americano di Colleville-sur-Mer impone una sosta. Migliaia di croci bianche allineate, il silenzio, il panorama sull’oceano.
Dal punto di vista ciclistico, il percorso è adatto a tutti: poche salite, dislivello moderato, fondo sempre buono. L’unica vera difficoltà può essere il vento, che in Normandia non manca mai.Si arriva stanchi, sì, ma con la sensazione di aver fatto molto più di una semplice pedalata.
Tunisia in bicicletta: dal Mediterraneo al Sahara, il viaggio dove l’orizzonte non finisce mai
25/01/2026 in Viaggi
Non esiste un modo migliore per capire la Tunisia che attraversarla lentamente. E non esiste modo più lento e più intenso della bicicletta.
La strada parte dal blu del Mediterraneo e si perde, chilometro dopo chilometro, nell’oro del deserto. È un viaggio che non è solo geografico, ma culturale, umano, quasi interiore. Pedalare in Tunisia significa attraversare mondi diversi in pochi giorni: città antiche, villaggi berberi, oasi verdi come miraggi e distese di sabbia che sembrano non finire mai.
Il nostro itinerario comincia da Hammamet, sulla costa nord-orientale. Qui il mare è calmo, le palme ondeggiano al vento e il traffico, almeno nelle prime ore del mattino, lascia spazio al rumore delle onde e al fruscio delle gomme sull’asfalto. Le prime tappe scorrono veloci, tra strade costiere e campagne coltivate a ulivi. È una Tunisia gentile, accogliente, quasi europea.Ma basta puntare la ruota verso sud perché il paesaggio inizi a cambiare.
La strada che cambia colore
Dopo Kairouan, città santa e cuore spirituale del paese, il verde inizia a diradarsi. Le colline diventano più secche, la luce più intensa, l’aria più ferma. Il cicloturista se ne accorge subito: il sole pesa sulle spalle, il vento caldo soffia spesso contro, e le distanze cominciano ad avere un altro significato.
Pedalare qui non è mai banale. Le strade sono dritte, lunghissime, e l’orizzonte sembra non avvicinarsi mai. Ma è proprio in questa apparente monotonia che si nasconde la magia: ogni piccolo villaggio è un incontro, ogni bar polveroso una storia, ogni sorriso un invito a fermarsi.
A Gafsa e poi verso Tozeur, la Tunisia mostra il suo volto più sorprendente. All’improvviso, nel nulla, appaiono le oasi. Migliaia di palme, canali d’acqua, orti, ombra. È come entrare in un altro mondo dopo ore di luce accecante.
Tozeur e il confine del deserto
Tozeur è una tappa che ogni cicloturista dovrebbe segnare in rosso sulla mappa. Non solo per la sua architettura in mattoni color sabbia, ma perché rappresenta una soglia: oltre c’è il Sahara.
Qui il viaggio cambia ancora. Le borse della bici sono piene d’acqua, la testa di rispetto. La strada verso Douz, la “porta del deserto”, è uno dei tratti più emozionanti e più duri. Il vento può essere feroce, il caldo implacabile, ma il silenzio… il silenzio è qualcosa che non si dimentica.
Pedalare in mezzo al nulla, con le dune che cominciano a comparire all’orizzonte, è un’esperienza quasi meditativa. Non c’è traffico, non c’è rumore. Solo il respiro, la catena che gira e il battito del cuore.
Ospitalità che non si impara nei libri
Una delle sorprese più grandi di questo viaggio non è il paesaggio, ma le persone.
In Tunisia il ciclista non passa inosservato. I bambini salutano, gli adulti chiedono da dove vieni e dove stai andando. Spesso non parlano la tua lingua, ma non importa: un tè alla menta, un pezzo di pane, un posto all’ombra si trovano sempre.
Più di una volta ci siamo sentiti dire: “Bienvenue, repose-toi” benvenuto, riposati. Ed è in quei momenti, seduti su una sedia di plastica davanti a una casa nel nulla, che il viaggio acquista un valore che va oltre i chilometri.
Un viaggio per chi ama la strada, non solo la meta
La Tunisia in bicicletta non è un itinerario “facile”. Richiede organizzazione, rispetto per il clima, capacità di adattamento. Ma è proprio questo che lo rende speciale.Non è un viaggio da collezionare in foto, è un viaggio da vivere con lentezza. È per chi ama le strade che sembrano non portare da nessuna parte. Per chi trova bellezza nella fatica. Per chi sa che certe frontiere non sono su una mappa, ma dentro di noi.Quando, alla fine, si mette la bici contro una duna e ci si siede a guardare il sole scendere nel Sahara, si capisce che non si è semplicemente attraversato un paese. Si è attraversato un modo diverso di guardare il mondo.
Le ferrovie dimenticate che fanno rinascere il turismo lento: viaggio nelle ciclovie più belle d’Italia
24/01/2026 in News
C’erano una volta i treni sbuffanti, le piccole stazioni di campagna, i binari che univano borghi oggi fuori dalle rotte principali. Poi, come spesso accade, il progresso ha cambiato direzione e molte di quelle linee ferroviarie sono state abbandonate. Ma negli ultimi anni, in silenzio e con una certa ostinazione, quelle stesse infrastrutture stanno vivendo una seconda vita: oggi sono alcune delle ciclovie più affascinanti d’Italia.
È il fenomeno delle ferrovie dismesse riconvertite in piste ciclabili, un’idea che mette insieme recupero del territorio, turismo sostenibile e memoria storica. E che, soprattutto, sta cambiando il modo di viaggiare in bici nel nostro Paese.
Perché le ex ferrovie sono perfette per il cicloturismo
Dal punto di vista del cicloturista, una vecchia ferrovia è quasi un sogno su due ruote. Le pendenze sono dolci, i tracciati regolari, le curve ampie. Non ci sono strappi impossibili né discese pericolose. È il tipo di percorso che si adatta a tutti: famiglie, viaggiatori lenti, bikepacker carichi di borse e anche a chi è alle prime esperienze.
Ma c’è di più. Pedalare su una ex ferrovia significa attraversare il paesaggio con un punto di vista privilegiato: ponti, gallerie, viadotti, tagli nella roccia. Opere pensate per il treno che oggi regalano alla bici un tracciato continuo, protetto dal traffico e spesso immerso nella natura.
Dalla Spoleto-Norcia alla Ciclovia della Val di Merse: esempi di rinascita
Uno dei casi più celebri è la Spoleto–Norcia, in Umbria. Era considerata un capolavoro di ingegneria ferroviaria per il numero di viadotti e gallerie scavate nella montagna. Oggi è una delle greenway più spettacolari d’Italia: 50 chilometri sospesi tra boschi, vallate e borghi in pietra, con un fondo che alterna sterrato compatto e tratti più tecnici.
In Toscana, la Ciclovia della Val di Merse segue in parte il sedime di vecchie infrastrutture e collega abbazie, fiumi e colline poco battute dal turismo di massa. In Sicilia, la pista ciclabile della Costa dei Trabocchi (pur non essendo solo ex ferrovia) rappresenta lo stesso concetto: togliere spazio al traffico motorizzato per restituirlo a chi viaggia lentamente.
E poi ci sono esempi meno noti ma altrettanto affascinanti: la Ciclovia dell’Acquedotto Pugliese, alcuni tratti della ex Ferrovia delle Dolomiti, o la pista della Val Brembana in Lombardia.
Un nuovo modo di raccontare i territori minori
Il vero valore di queste ciclovie non è solo tecnico o paesaggistico. È narrativo. Le ex ferrovie attraversano territori “di mezzo”: vallate secondarie, paesi fuori dai circuiti principali, aree che raramente finiscono sulle copertine delle guide turistiche.
Il cicloturista, per sua natura, è curioso e lento. Si ferma al bar del paese, entra nel forno che profuma di pane, chiede informazioni all’anziano seduto sulla panchina. In questo modo, una vecchia linea ferroviaria può diventare una spina dorsale economica e culturale per zone che rischiano lo spopolamento.
Non è un caso che sempre più amministrazioni locali vedano nelle ciclovie un investimento strategico, non solo un progetto “verde”.
Tra memoria e futuro
C’è anche un aspetto emozionale, quasi romantico. Lungo queste ciclovie si incontrano spesso vecchie stazioni ristrutturate, caselli trasformati in bar o punti informativi, segnali ferroviari lasciati come elementi di arredo urbano. È un modo per non cancellare il passato, ma per integrarlo in un presente diverso.
Pedalare dove un tempo passavano i treni significa attraversare una storia che non è fatta solo di paesaggi, ma di persone, lavoro, migrazioni, collegamenti tra mondi piccoli.
L’Italia ha ancora un enorme potenziale inespresso
Secondo diverse stime, in Italia ci sono migliaia di chilometri di percorsi ferroviari dismessi. Solo una parte minima è stata recuperata. Il potenziale è enorme, soprattutto se si pensa alla rete ciclabile nazionale che lentamente sta prendendo forma.
La sfida non è solo costruire piste ciclabili, ma costruire visioni: collegare queste greenway tra loro, integrarle con treni, bus e ospitalità bike-friendly, raccontarle in modo coerente.
Pedalare sul futuro, senza dimenticare il passato
Le ex ferrovie riconvertite in ciclovie rappresentano forse la sintesi migliore dello spirito del cicloturismo: muoversi lentamente, rispettare i luoghi, dare valore al tempo e alle storie.
Non sono solo strade per biciclette. Sono corridoi di memoria, di natura e di possibilità. E ogni volta che ci pedaliamo sopra, stiamo scegliendo non solo un modo diverso di viaggiare, ma anche un’idea diversa di sviluppo.
Cocquio Trevisago, ciclista investito da un’auto: conducente positivo all’alcoltest con 2,04 g/l
23/01/2026 in News
Ci sono notizie che non vorremmo mai scrivere. Eppure tornano, con una puntualità amara, a ricordarci quanto sia fragile l’equilibrio tra chi viaggia in auto e chi sceglie la bicicletta. Ieri sera, a Cocquio Trevisago, lungo via Milano, proprio davanti all’ufficio postale, si è sfiorato l’ennesimo incidente che avrebbe potuto trasformarsi in dramma.
Un’auto e un ciclista si sono scontrati. Il bilancio, per una volta, è stato clemente: nessuna ferita per chi pedalava. Ma basta fermarsi un attimo a pensare a come sarebbe potuta andare per capire quanto sottile sia il confine tra una brutta storia e una tragedia.
Quando la Polizia Locale è arrivata sul posto per i rilievi, qualcosa non tornava. Il conducente dell’auto mostrava segni evidenti di alterazione. I controlli hanno confermato il sospetto: l’etilometro ha registrato un valore impressionante, 2,04 grammi per litro. Un numero che non è solo una statistica, ma la misura concreta di un pericolo messo in circolazione.
Per l’automobilista sono scattati il sequestro del veicolo e la sospensione della patente per un lungo periodo. Provvedimenti doverosi, ma che arrivano sempre dopo. Dopo che qualcuno ha rischiato di pagare con la propria pelle una scelta irresponsabile.
Chi viaggia in bicicletta lo sa bene: sulle strade non si è mai davvero protetti. Che si pedali per allenamento, per turismo o per semplice piacere, si è sempre la parte più esposta. E non serve un grande errore per finire a terra: a volte basta incontrare qualcuno che non dovrebbe essere al volante.
Questo episodio, fortunatamente senza feriti, è l’ennesimo promemoria: la sicurezza stradale non è uno slogan, è una responsabilità quotidiana. E il rispetto per chi pedala non dovrebbe dipendere dalla fortuna, ma dalla coscienza di chi guida.
Cappadocia in bicicletta: pedalare dentro un altro pianeta
22/01/2026 in Viaggi
Ci sono luoghi che sembrano progettati per essere raccontati, e altri che sembrano fatti per essere attraversati lentamente. La Cappadocia appartiene a entrambe le categorie. Pedalarla, più che visitarla, è un modo per entrarci dentro: tra camini delle fate, vallate scolpite dal vento e villaggi di pietra che emergono come miraggi dall’altopiano anatolico.
Siamo nel cuore della Turchia, in una regione che non somiglia a nessun’altra. Qui la geologia ha fatto il lavoro di uno scultore visionario: milioni di anni di erosione hanno trasformato la cenere vulcanica in torri, pinnacoli, canyon e cattedrali naturali. La bicicletta è il mezzo ideale per attraversare questo labirinto di roccia e silenzio.
Il viaggio comincia a Göreme
Göreme è il centro nevralgico del cicloturismo in Cappadocia. All’alba il cielo si riempie delle sagome dei palloni aerostatici, mentre a terra i ciclisti preparano le borse e controllano le tracce GPS. L’atmosfera è sospesa, irreale. Si parte su strade secondarie, asfaltate ma poco trafficate, e in pochi chilometri il paesaggio cambia radicalmente.
La prima vera immersione è nella Rose Valley e nella Red Valley, un susseguirsi di sentieri sterrati e piste bianche che si insinuano tra formazioni rocciose dai colori caldi. La bicicletta sobbalza sulla ghiaia, ma il ritmo è lento, contemplativo. Qui non si pedala per fare media, si pedala per guardarsi intorno.
Tra città sotterranee e villaggi scavati nella roccia
La Cappadocia non è solo un museo geologico a cielo aperto: è anche un territorio profondamente umano. Uçhisar, Ortahisar, Çavuşin: nomi che corrispondono a villaggi letteralmente scavati nella roccia, dominati da fortezze naturali che sembrano castelli di sabbia pietrificata.
Pedalando verso sud si incontrano le città sotterranee, come Kaymaklı o Derinkuyu: vere e proprie metropoli ipogee, scavate per sfuggire alle invasioni. Fermarsi, scendere sottoterra, e poi tornare alla luce fa parte dell’esperienza. La bici aspetta fuori, appoggiata a un muro di tufo.
Una fatica gentile
La Cappadocia non è pianeggiante. L’altopiano anatolico propone continui saliscendi, mai estremi ma costanti. È una fatica “gentile”, che non spezza le gambe ma le consuma lentamente. Il vento, a volte, è il vero avversario.
Le distanze sono ideali per il cicloturismo: tappe da 40 a 70 chilometri, con infinite possibilità di deviazioni su sterrato. Una gravel o una MTB sono la scelta perfetta, ma anche una bici da viaggio ben gommata può cavarsela egregiamente.
Oltre le cartoline
Basta allontanarsi di pochi chilometri dalle rotte più battute per ritrovare la Cappadocia più autentica: campi coltivati, pastori, bambini che salutano al passaggio, baracchini di tè improvvisati lungo la strada. L’ospitalità turca non è un cliché: è una costante.
La sera si dorme in hotel-grotta o piccole pensioni scavate nella roccia. Si mangia semplice, si beve tè, si ricaricano le batterie – del ciclista e dei dispositivi.
Pedalare dentro il tempo
La Cappadocia in bicicletta non è un viaggio di conquista, ma di attraversamento. Non si “sfida” questo territorio: lo si ascolta. È un luogo che obbliga a rallentare, a guardare, a prendere atto che il paesaggio può essere ancora più potente della nostra voglia di raccontarlo.
E forse è proprio questo il senso del cicloturismo: usare la fatica come chiave per entrare nei luoghi, invece che limitarsi a visitarli.
Alpe Adria in bicicletta: il viaggio lento dalle montagne al mare
21/01/2026 in Viaggi
Ci sono percorsi che non sono solo una linea su una mappa, ma un vero racconto che si srotola chilometro dopo chilometro. La Ciclovia Alpe Adria è uno di questi: circa 410 chilometri che collegano Salisburgo a Grado, attraversando le Alpi, i confini e le culture, fino ad arrivare all’Adriatico.
Il viaggio inizia tra le montagne austriache, lungo la valle del Salzach, in un paesaggio che sembra disegnato apposta per essere attraversato lentamente. Le prime tappe scorrono tra piste ciclabili perfette, prati curati e villaggi ordinati, con il profilo delle Alpi sempre sullo sfondo.
Il vero colpo di genio del percorso arriva poco dopo: il tracciato segue in gran parte l’ex ferrovia del Passo del Predil, trasformata in una ciclabile spettacolare fatta di gallerie illuminate, viadotti e pendenze dolci. Qui la montagna smette di essere un ostacolo e diventa una scenografia.
Entrati in Italia, il paesaggio cambia ancora. Le Alpi lasciano spazio alle colline friulane, ai vigneti, ai borghi silenziosi. Si pedala dentro una transizione geografica e culturale che si sente nelle architetture, nei nomi dei paesi, nei piatti che arrivano in tavola la sera.
L’arrivo a Grado ha il sapore di una conquista gentile. Dopo giorni di pedalata, il mare appare quasi all’improvviso, piatto e luminoso, come una promessa mantenuta. Non c’è traguardo, non c’è cronometro: solo la sensazione di essere arrivati fin dove la strada aveva deciso di portarci.
La Alpe Adria è uno di quei percorsi che spiegano, meglio di mille discorsi, cos’è il cicloturismo: non performance, ma attraversamento. Non velocità, ma tempo riconquistato.
Casco obbligatorio: sicurezza o falso problema?
21/01/2026 in News
Negli ultimi mesi è tornata al centro del dibattito pubblico la proposta di rendere obbligatorio il casco per chi va in bicicletta. Una misura che, nelle intenzioni dei promotori, punta ad aumentare la sicurezza dei ciclisti, ma che continua a dividere esperti, associazioni e appassionati di due ruote.
I numeri parlano chiaro: gli incidenti che coinvolgono ciclisti sono in aumento, soprattutto nelle aree urbane. Secondo i sostenitori dell’obbligo, il casco potrebbe ridurre in modo significativo le conseguenze dei traumi cranici, come già avviene per motociclisti e scooteristi. “È una misura di buon senso”, dicono, “che può salvare vite”.
Ma il fronte del no è altrettanto compatto. Molte associazioni di ciclisti e di cicloturismo sottolineano come il problema principale non sia la mancanza del casco, ma la mancanza di infrastrutture sicure: piste ciclabili continue, strade 30, città progettate per la convivenza tra utenti diversi. L’esperienza di Paesi come Olanda e Danimarca, dove il casco non è obbligatorio ma l’uso della bici è altissimo e gli incidenti sono relativamente pochi, viene spesso citata come esempio.
C’è poi un altro rischio: rendere il casco obbligatorio potrebbe scoraggiare l’uso della bicicletta, soprattutto per gli spostamenti quotidiani e turistici. Meno bici in strada significa meno “sicurezza per numero” e, paradossalmente, città ancora più dominate dalle auto.
Nel mondo del cicloturismo la questione è ancora più delicata. Il viaggio in bici è sinonimo di libertà, lentezza, semplicità. Trasformarlo in un’attività percepita come pericolosa e iper-regolamentata rischia di allontanare proprio quei neofiti che si vorrebbero avvicinare a uno stile di vita più sostenibile.
Forse la vera domanda non è se rendere obbligatorio il casco, ma quando inizieremo a rendere obbligatorie strade più sicure per tutti.









