Appennino, il viaggio dove la strada conta più della meta
L’Appennino non si attraversa per caso. Si sceglie. È una montagna lunga, complessa, spesso sottovalutata, che non colpisce con effetti speciali ma convince con la continuità della fatica e con la qualità del silenzio. Pedalarci significa accettare un terreno che non concede pause vere e che costruisce il viaggio un tornante dopo l’altro.
L’itinerario parte da Bologna e punta verso sud seguendo la direttrice naturale che porta verso il Passo della Futa, uno dei valichi storici tra Emilia e Toscana. L’uscita dalla città è progressiva: la pianura lascia spazio alle prime colline, il traffico si dirada e il paesaggio comincia a chiedere un ritmo diverso. Dopo Loiano la salita diventa costante e regolare, senza mai presentare pendenze estreme ma senza concedere tratti di recupero.
È una delle caratteristiche dell’Appennino tosco-emiliano: non ci sono muri spettacolari, ma una successione di salite lunghe che consumano le energie in modo silenzioso e continuo.
La salita al Passo della Futa, dal versante emiliano, è un esercizio di pazienza e gestione dello sforzo. La strada sale quasi sempre nel bosco, con curve ampie e ombra costante. Il traffico è ridotto, l’asfalto in buone condizioni. In cima, a 903 metri, il Cimitero Militare Germanico ricorda che queste strade non sono nate per il turismo, ma come linee di collegamento strategiche in una delle fasi più difficili della storia italiana.
La discesa verso il Mugello cambia il carattere del paesaggio. I boschi si aprono, compaiono prati e campi coltivati, e i piccoli centri abitati tornano a scandire il percorso. Firenzuola, Scarperia e Barberino diventano punti di riferimento non solo geografici, ma pratici: acqua, cibo, una sosta breve prima di ripartire.
Il ritorno verso nord è la parte meno evidente sulle mappe e, proprio per questo, la più interessante. Si abbandonano le strade principali per cercare provinciali secondarie, tratti poco frequentati, salite senza nome che riportano lentamente verso il crinale. Qui le pendenze diventano più irregolari, l’asfalto a tratti rovinato, e la pedalata si fa più ruvida. È il volto più autentico dell’Appennino: meno ordinato, meno prevedibile, ma più vero.
Dal punto di vista tecnico, il percorso misura tra i 160 e i 180 chilometri, con un dislivello complessivo che supera facilmente i 3.000 metri. È un itinerario impegnativo, adatto a ciclisti allenati o a essere diviso in due giornate. La bici ideale è una strada con rapporti agili o una gravel. Il periodo migliore va dalla tarda primavera all’inizio dell’estate e poi di nuovo a settembre, quando il caldo è più gestibile e le strade sono meno frequentate.
Scegliere l’Appennino significa rinunciare allo spettacolo immediato in cambio di qualcosa di più profondo: un viaggio fatto di continuità, di fatica misurata, di paesi piccoli e strade che non hanno fretta. È una montagna che non si offre, ma che si lascia scoprire solo a chi accetta di attraversarla lentamente. In bicicletta, è esattamente come dovrebbe essere.
