C’è un uno per cento che dice più di quanto sembri. Shimano ha comunicato che da agosto aumenterà i prezzi dei propri componenti per biciclette, e la cifra, presa da sola, sembra quasi rassicurante se paragonata ai rincari a doppia cifra che il settore aveva già dovuto digerire durante la pandemia. Ma è il motivo dietro questo numero, più del numero stesso, a raccontare qualcosa di più grande.
I costi delle materie prime stanno salendo per via della guerra in Medio Oriente, che ha reso più caro l’approvvigionamento di metalli e alluminio e ha fatto impennare le tariffe del trasporto marittimo e aereo. Shimano stima che i maggiori costi legati al conflitto peseranno per circa quattro miliardi di yen, poco più di ventiquattro milioni di dollari, sull’intero anno fiscale, concentrati soprattutto nella seconda metà. L’azienda ha scelto di scaricarne solo una parte sui prezzi finali, per un controvalore atteso di due miliardi di yen, lasciando il resto a carico dei propri margini, come chi decide di incassare il colpo piuttosto che scaricarlo tutto sul cliente.
Nello stesso giorno dell’annuncio, il titolo Shimano ha aperto in forte rialzo in Borsa, un dettaglio che a prima vista sembra contraddire la notizia stessa. Prezzi più alti e mercati contenti raccontano però la stessa storia da due lati diversi: l’utile netto dell’azienda è cresciuto del seicentocinque per cento, merito soprattutto del deprezzamento dello yen rispetto a dollaro, euro e yuan, che gonfia i ricavi convertiti dall’estero. A questo si aggiunge un utile per azione superiore alle attese degli analisti di quasi il diciassette per cento, insieme a stime di vendita della divisione bici riviste al rialzo per l’intero anno.
Quello che sta accadendo ora, in fondo, era già scritto da mesi. Già lo scorso aprile, alla fiera di Taipei, circolava un avvertimento tra gli addetti ai lavori: se la crisi mediorientale non si fosse risolta in fretta, le fabbriche del sud-est asiatico, cuore produttivo di deragliatori, ruote, freni e pneumatici, avrebbero rischiato di restare a corto di energia e materie prime. L’annuncio di Shimano è la prima conferma concreta, su scala industriale, di quella previsione. Resta solo da vedere se il conflitto durerà abbastanza da convincere anche altri produttori a seguire la stessa strada.











