Fu Alexander von Humboldt, nel 1802, a battezzare questa strada con un nome che nessuno è più riuscito a migliorare. Il naturalista tedesco la percorse e capì subito di trovarsi davanti a qualcosa di unico: trecento chilometri di cordigliera andina scortati da quattordici vulcani oltre i quattromilacinquecento metri, alcuni ancora vivi e ribollenti sotto la superficie, altri spenti da così tanto tempo da confondersi con semplici montagne addormentate.
Si parte quasi sempre da Quito, capitale coloniale sospesa a duemilaottocentocinquanta metri, all’ombra del Pichincha. Da lì la strada scivola verso sud, dentro la provincia di Cotopaxi, dove l’omonimo vulcano attivo veglia su tremilaseicento ettari di parco nazionale dall’alto dei suoi cinquemilanovecento metri, uno dei più alti in eruzione del pianeta. Poco più avanti la Laguna di Quilotoa riempie un cratere a quasi quattromila metri con un blu turchese che sembra dipinto a mano, e per arrivarci si attraversano villaggi indigeni dove il bestiame pascola sorvegliato da persone avvolte in tessuti dai colori vivissimi.
Andando ancora a sud compare Baños, cittadina subtropicale che ha fatto del turismo d’avventura la propria identità, e da cui una breve deviazione apre le porte all’Amazzonia. Tornando poi a salire tra le Ande, il paesaggio si allarga sul celebre Páramo, l’altopiano dove le nuvole sembrano posarsi direttamente sulle vette anziché sfiorarle. Il Chimborazo, vulcano ormai spento e tetto dell’Ecuador con i suoi seimilatrecentodieci metri, domina l’orizzonte accanto al Tungurahua, che ha eruttato l’ultima volta nel febbraio 2008 e che ancora oggi qualcuno osserva con un occhio sempre vigile.
Il viaggio si chiude tra Riobamba e la storica Cuenca, gioiello coloniale patrimonio Unesco, prima di scendere fino a Guayaquil, affacciata sul Pacifico. Chi sceglie di pedalare qui trova strade lontane da ogni pullman turistico, condivise solo con condor, falchi e aquile che disegnano cerchi silenziosi sopra pianure innevate. Servono gambe allenate e polmoni abituati all’altitudine, perché buona parte del tragitto resta sopra i tremila metri, ma la ricompensa è un itinerario dove vulcani, cultura precolombiana e paesaggio cambiano volto praticamente a ogni curva.











