di Paolo Pagni
La Via del Cuore –
www.viadelcuore.it
Un viaggio in bicicletta attraverso Norcia, il Pian Grande, Castelluccio di Norcia,
Accumoli, Amatrice, L’Aquila, il Gran Sasso, Campo Imperatore, Popoli Terme,
Roccamorice, il Blockhaus e le Cascate delle Marmore.
Un viaggio fatto di memoria, fatica, natura e soprattutto speranza.
La Via del Cuore: un viaggio in bicicletta tra memoria e speranza
Viaggiare in bicicletta è sempre un’esperienza unica.
È un modo di vivere, ma soprattutto è un modo di condividere.
Condividere ciò che vediamo, quello che sentiamo, la fatica che facciamo.
Raccontare le strade che percorriamo a coloro che, forse un giorno,
decideranno di percorrerle a loro volta. Oppure semplicemente permettere
a chi rimane a casa di guardare attraverso i nostri occhi quello che
succede dall’altra parte di una salita, dietro una curva, in cima a una montagna.
Per me la bicicletta è anche questo.
Non soltanto chilometri, dislivello, medie, watt o velocità.
È un mezzo per entrare dentro i luoghi.
E alcuni luoghi, più di altri, mi sono rimasti dentro.
Per questo ogni anno mi piace tornare sulla
Via del Cuore.
La percorremmo per la prima volta nel 2020, nell’anno forse più buio,
più chiuso e più negativo del Covid. In quel momento cercammo di riportare
attenzione su paesi che, oltre a vivere le difficoltà della pandemia,
portavano ancora addosso le ferite del terremoto.
Paesi dove molte persone avevano perso la casa, le proprie abitudini,
il proprio centro, la propria quotidianità.
Sono passati anni. Troppi.
E in alcuni luoghi la ricostruzione procede ancora con una lentezza
difficile da accettare.
Tornare ogni anno su queste strade mi dà una sensazione di vicinanza
verso quelle persone e quei territori.
Ma la Via del Cuore non è soltanto solidarietà.
C’è un altro messaggio che vorrei riuscire a trasmettere.
Tornate in questi luoghi.
Non importa come.
A piedi, in bicicletta, a cavallo, in moto oppure in macchina.
Andateci.
Perché una delle forme di aiuto più vere che possiamo dare a questi
territori è semplicemente esserci.
Dormire in una struttura. Bere un caffè. Mangiare una fetta di crostata.
Fermarsi in un ristorante. Comprare qualcosa in un piccolo negozio.
Non soltanto fare beneficenza attraverso un numero verde.
Portare lì le proprie esperienze, il proprio sudore, la propria fatica
e, naturalmente, lasciare anche qualche soldo nelle attività di coloro
che hanno deciso di rimanere.
Perché la natura che si incontra attraversando questi territori
è qualcosa di straordinario.
E l’accoglienza, spesso, lo è ancora di più.
Il video della Via del Cuore
Prima di continuare il racconto, queste immagini possono forse spiegare
meglio di tante parole cosa significa attraversare la
Via del Cuore in bicicletta.
Paesaggi, salite, fatica, silenzi, paesi feriti e quella sensazione
difficile da raccontare che si prova quando la strada diventa parte del viaggio.
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Primo giorno: Norcia, Pian Grande, Castelluccio, Accumoli e Amatrice
Da Norcia al Pian Grande e Castelluccio di Norcia
Ogni anno cerco di tornare in queste zone perché sono luoghi
che porto nel cuore.
Quest’anno ho deciso di partire da Norcia.
Da lì salire verso Castelluccio di Norcia,
attraversare il Pian Grande, scendere verso
Accumoli e infine terminare la giornata ad
Amatrice.
La mattina non mi accoglie con un temporale.
È qualcosa di più delicato.
Una specie di polvere di pioggia.
Mi piace chiamarla così.
Una pioggia talmente fine da sembrare sospesa nell’aria, che accompagna
i primi chilometri mentre la strada comincia lentamente a salire
verso i Sibillini.
Pedalo dentro le nuvole.
Poi, metro dopo metro, qualcosa cambia.
La luce diventa più forte.
Le nuvole cominciano a rimanere sotto di me.
E davanti si apre un altro mondo.
Il Pian Grande.
Entrarci significa quasi attraversare una porta invisibile.
È come entrare in un’epoca differente, dove anche il tempo
sembra avere un altro ritmo.
Mi viene quasi da pensare a Non ci resta che piangere,
a Benigni e Troisi che improvvisamente si ritrovano catapultati
in un’altra epoca.
Perché qui succede qualcosa di simile.
Il rumore scompare.
Il telefono non prende.
E, fortunatamente, per qualche momento nessuno dall’esterno
può disturbarti.
Rimani tu.
La bicicletta.
La strada.
E quella pianura immensa davanti agli occhi.
Attraversare il Pian Grande significa pedalare per chilometri
circondati dai colori, dai cavalli, dalle pecore, dalle mucche.
La natura non è qualcosa da guardare da lontano.
Ci sei dentro.
E dopo circa cinque chilometri di questa lunga piana arriva
nuovamente la salita.
Lassù c’è Castelluccio.
Un posto unico.
Probabilmente una delle immagini più forti di tutto il viaggio.
Da una parte c’è la bellezza quasi irreale del Pian Grande.
Nel periodo della fioritura il rosso dei papaveri, il blu dei fiordalisi,
il rosa e il violetto della lenticchia trasformano il terreno
in un enorme quadro.
La natura continua a fare quello che ha sempre fatto.
Fiorisce.
Cresce.
Cambia colore.
Si riprende il proprio spazio.
Ed è forse questo il simbolo più sincero della vita che continua.
Poi alzi lo sguardo.
E sopra quella meraviglia c’è Castelluccio.
Un paese ferito.
Un paese che prima del terremoto aveva una propria vita,
le sue case, le sue strade, le sue persone.
Oggi sta rinascendo.
Ma troppo lentamente.
Ed è questo contrasto a fare male.
Sotto, una natura che ogni primavera riparte senza chiedere
il permesso a nessuno.
Sopra, l’uomo che continua a fare i conti con i tempi interminabili
della ricostruzione.
Arrivato lassù, però, mi fermo.
Un buon caffè.
Una bella fetta di crostata.
Potrebbe sembrare un dettaglio insignificante.
Non lo è.
Anche questo significa esserci.
Lasciare qualche euro in un bar significa dare un piccolo contributo
concreto a chi continua a vivere e lavorare in un posto che avrebbe
mille ragioni per essere abbandonato.
Poi si riparte.
La giornata, in realtà, è fatta praticamente di tre salite.
La prima per raggiungere il Pian Grande.
La seconda per arrivare a Castelluccio.
La terza per uscire nuovamente da questa conca enorme
circondata dai Sibillini.
Tre salite.
Tre fatiche.
Tre modi diversi di guardare lo stesso paesaggio.
Accumoli e Amatrice: pedalare nei luoghi del terremoto
Poi la strada cambia.
I Sibillini rimangono progressivamente alle spalle.
La direzione adesso è Accumoli.
Accumoli è uno di quei luoghi nei quali faccio fatica
a passare senza fermare i pensieri.
Ci sono stato nel 2020.
Ci sono tornato nel 2021.
Poi ancora l’anno scorso.
E nuovamente quest’anno.
Ogni volta cerco qualcosa.
Un segnale.
Una casa nuova.
Un rumore di lavori.
Qualcosa che mi faccia capire che il tempo si è rimesso in movimento.
E invece la sensazione, troppo spesso, è che proprio il tempo
sia rimasto fermo.
Accumoli è stata devastata.
E guardando quanto lentamente procede la ricostruzione viene spontaneo
domandarsi quanto sarà difficile restituirle una vera vita.
Mi torna ogni volta davanti agli occhi quel portone di una chiesa
rimasto in piedi tra le macerie.
Un frammento sopravvissuto mentre intorno tutto era crollato.
E insieme a quell’immagine tornano i racconti ascoltati negli anni,
le storie delle famiglie, delle case, delle persone che quella notte
non sono riuscite a salvarsi.
In quei momenti scende inevitabilmente un velo di tristezza.
Non serve aggiungere molto altro.
Ci sono posti in cui il silenzio racconta più delle parole.
Riparto.
La strada continua verso Amatrice.
Anche qui qualcosa negli anni è cambiato.
Oggi l’ingresso porta maggiormente dentro quello che era il paese.
Non lo si osserva più soltanto dall’esterno.
Ci passi attraverso.
E davanti agli occhi compare la Torre Civica.
È rimasta lì.
Ha resistito.
Mentre intorno cadeva quasi tutto, lei è rimasta in piedi.
La guardo e sembra quasi un dito indice rivolto verso il cielo.
Un dito puntato verso Dio.
Come se volesse porre una domanda.
Una soltanto.
Perché?
Non trovo una risposta.
E forse non esiste.
Pedalo.
Perché anche questo significa attraversare la Via del Cuore.
Guardare quello che è successo senza voltarsi dall’altra parte,
ma contemporaneamente cercare quello che sta rinascendo.
Secondo giorno: L’Aquila, Gran Sasso e Campo Imperatore in bicicletta
Da L’Aquila verso il Gran Sasso
Il secondo giorno decido di partire direttamente da
L’Aquila.
Un’altra città ferita da un terremoto.
Quello del 6 aprile 2009.
Ma L’Aquila per me ha anche un significato particolare.
Perché proprio da qui, nel 2020, prese concretamente forma
l’idea della Via del Cuore.
All’epoca arrivammo con un progetto ancora tutto da costruire.
Un’idea.
Forse anche un po’ folle.
Ma le amministrazioni ci diedero ascolto.
Ci incontrarono.
Ci dedicarono tempo e attenzione.
E da lì quel viaggio cominciò veramente ad avere un senso.
Per questo tornare all’Aquila significa in qualche modo tornare all’inizio.
Poi si parte.
Davanti ci sono le pendici del Gran Sasso.
E la strada comincia a salire.
Qui la natura sembra ancora avere il sopravvento sull’uomo.
O forse sarebbe più corretto dire che l’uomo non ha ancora avuto
la necessità di vincerla.
È rimasto parte integrante del paesaggio.
Poche costruzioni.
Poco inquinamento.
Spazi immensi.
Ritmi lenti.
Il tempo torna nuovamente a cambiare velocità.
La salita sembra interminabile.
Circa venti chilometri.
Poi una leggera discesa.
E ancora una ventina di chilometri per raggiungere lo scollinamento.
Le gambe ormai hanno trovato il loro ritmo.
Non quello di chi gareggia.
Il mio.
Il ritmo di chi viaggia.
La salita a Campo Imperatore: pace, fatica, sudore, amore
Poi finalmente compare il bivio per
Campo Imperatore.
Campo Imperatore lo avevo già affrontato l’anno scorso.
Quest’anno sono tornato.
Gli ultimi dieci chilometri sono nuovamente salita.
E, quasi inevitabilmente, c’è il vento contrario.
Sembra sempre così.
Come se quella montagna volesse ricordarti che non basta
essere arrivato fin lì.
Devi meritarti anche gli ultimi chilometri.
Ma anche il vento fa parte della bellezza di questo posto.
Perché ancora una volta è la natura a dettare le regole.
Tu puoi soltanto accettarle.
La natura vince sull’uomo.
E l’uomo, con la sua poderosa bicicletta, continua comunque a salire.
Pedalata dopo pedalata.
Finché in cima rimangono soltanto tre cose.
Tu.
La tua bicicletta.
I tuoi pensieri.
E dentro quei pensieri ci stanno quattro parole.
Pace, fatica, sudore, amore.
Forse il ciclismo, alla fine, è tutto qui.
In cima vorrei prendermi un caffè.
Magari una birra.
Ma trovo le strutture chiuse.
Non importa.
Mi giro.
E davanti c’è la strada del ritorno.
Una discesa lunghissima.
Più di venti chilometri.
Tornanti.
Uno dietro l’altro.
Uno più stretto dell’altro.
Per alcuni tratti mi torna in mente lo Stelvio.
E mentre scendo comincia già a nascere un’altra idea.
Questa strada dovrò farla al contrario.
Un giorno dovrò partire dal basso e trasformare quella discesa
in una salita.
Magari il prossimo anno.
Anzi, probabilmente il prossimo anno.
Perché il prossimo anno sarò ancora qui.
Tornerò a vedere questi luoghi.
A controllare se una strada è cambiata.
Se una casa è stata ricostruita.
Se un cantiere è andato avanti.
A verificare ancora una volta quanto la burocrazia possa essere lenta,
ma anche quanta forza riescano ad avere l’uomo, il lavoro e la volontà.
Perché alla fine devono essere loro a vincere.
Devono riuscire a riportare questi posti a splendere.
Forse con qualche anima in meno.
Perché ogni paese colpito dal terremoto ha lasciato qualcuno lungo la strada.
Ma proprio per loro non si può rinunciare alla speranza.
Popoli Terme, tra Gran Sasso e Maiella
La giornata termina a Popoli Terme.
Trovo un posto dove dormire.
E mi fermo.
Popoli sembra quasi essere stato messo lì apposta.
Tra due mondi.
Il Gran Sasso da una parte.
La Maiella dall’altra.
Una terra profondamente legata all’acqua, alle sorgenti,
alle acque sulfuree, al Pescara che nasce poco distante.
Dopo un’intera giornata trascorsa sulle montagne,
fermarsi qui sembra avere quasi un significato.
L’acqua per recuperare.
Il riposo.
Il silenzio di una sera.
Perché domani si torna a salire.
E quella di domani non sarà una salita qualsiasi.
Terzo giorno: il Blockhaus in bicicletta dalla salita di Roccamorice
Da Popoli Terme alla salita del Blockhaus
Il terzo giorno riparto da Popoli Terme.
Davanti ho una salita che conosco soltanto in parte.
E questa volta ho deciso di scegliere una strada diversa
rispetto all’anno precedente.
Voglio salire al Blockhaus da Roccamorice.
Per me questa è la vera essenza del viaggio.
La vera conquista del Blockhaus.
È la salita più dura.
Una salita che pochi mesi prima aveva segnato anche il
Giro d’Italia 2026.
Ma naturalmente tra chi corre il Giro d’Italia e me esiste un universo.
Loro hanno i ritmi dei professionisti.
Io ho quelli del cicloviaggiatore.
E mi piace così.
Pedalo.
Guardo.
Osservo.
Fotografo.
Mi fermo.
Riparto.
La mia non è una corsa contro il cronometro.
Non devo dimostrare niente a nessuno.
Devo soltanto arrivare.
E soprattutto voglio vedere quello che c’è lungo la strada.
Questa è la seconda volta che provo ad affrontare il Blockhaus.
La prima volta era stata una sconfitta.
Pioggia.
Acqua.
Acqua ancora.
Una pioggia incessante che alla fine ci aveva costretto
a tornare indietro.
Non aveva senso rischiare.
Ma quella salita era rimasta nella testa.
Le montagne funzionano anche così.
Quando non riesci a raggiungere una vetta,
quella vetta continua a chiamarti.
Quest’anno il cielo è diverso.
È limpido.
Ci sono delle nuvole, certo.
Ma non importa.
Questa volta c’è una sola certezza.
Dobbiamo arrivare in cima.
Trentuno chilometri di salita, fatica e dolore
Comincio a salire.
E quasi immediatamente capisco che non sarà facile.
Io sono abituato al San Pellegrino in Alpe.
Lo percorro anche una volta al mese.
Ma qui è diverso.
Nella mia testa questa strada assomiglia al
Serra dalla parte di Sant’Andrea di Compito.
Solo che sembra non finire mai.
È come prendere quella salita e allungarla per trenta chilometri.
La salita diventa straziante.
E chi va in bicicletta lo sa.
Conoscere una salita significa essere già a metà dell’opera.
Puoi guardare tutte le altimetrie del mondo.
Puoi leggere le percentuali.
Puoi studiare ogni curva su una mappa.
Ma fino a quando non ci hai battuto il muso
non la conosci veramente.
Una salita bisogna affrontarla.
Bisogna sentirla.
Bisogna scontrarcisi.
Devi capire dove ti fa male.
Dove puoi respirare.
Dove invece devi soltanto abbassare la testa e aspettare che passi.
Nel mio viaggio diventano
trentuno chilometri di salita.
Trentuno chilometri di fatica.
Finisco l’acqua.
Finisco i sali.
Finisco tutto.
A un certo punto cominciano quasi a finire anche le speranze.
Il corpo protesta.
Ma non protesta piano.
Urla.
I quadricipiti piangono.
I femorali piangono.
I glutei piangono.
I polpacci piangono.
Tutto urla.
Urla stanchezza.
Urla dolore.
A un certo punto non so più nemmeno come fare a pedalare.
Le gambe continuano quasi per inerzia.
Ma la vetta è lassù.
Oltre i duemila metri.
La so indicare.
La vedo.
È lì.
È lì il mio punto di arrivo.
È lì che devo arrivare.
E allora continuo.
Non so bene nemmeno perché.
Forse perché quando sei arrivato a quel punto tornare indietro
farebbe più male che continuare.
Un metro.
Un altro.
Una curva.
Un’altra curva.
E finalmente qualcosa cambia.
Arrivo in cima.
In cima al Blockhaus, sopra le nuvole
Davanti agli occhi compaiono le antenne.
Sono quasi strane.
Dopo chilometri di natura, di vuoto, di silenzio,
improvvisamente quelle strutture costruite dall’uomo sembrano fuori posto.
Hanno qualcosa di vecchio e qualcosa di moderno.
Sono un taglio netto con tutto quello che hai visto fino a quel momento.
Dal nulla passi alle antenne.
E dalle antenne arrivi finalmente al Blockhaus.
Era lì che dovevo arrivare.
Le nuvole ormai sono sotto di me.
Sono oltre i duemila metri.
E improvvisamente la fatica perde importanza.
Il vento muove le nuvole.
Non spinge me.
Spinge loro.
Le trasforma.
Le modella.
Una forma compare e dopo pochi secondi non esiste più.
Ne nasce un’altra.
E poi un’altra ancora.
Potresti rimanere lì per ore.
A guardare il cielo trasformarsi.
Quelle nuvole sembrano monumenti.
Monumenti creati dalla natura.
Non hanno bisogno di essere costruiti.
Nascono.
Cambiano.
Scompaiono.
E tu puoi soltanto guardarli.
Dopo tutta quella fatica, forse il premio è esattamente questo.
Poter stare fermo.
E guardare.
Arrivato al Blockhaus incontro un signore.
Ha settantun anni.
Parliamo.
Mi racconta che lui quella strada la percorre continuamente.
Non sale dal versante duro di Roccamorice che ho scelto io.
Prende una strada un po’ più tranquilla.
Ma arriva comunque lassù.
Oltre i duemila metri.
E mi racconta di avere conquistato il Blockhaus
più di seicento volte.
Lo guardo.
Settantun anni.
Seicento volte.
Forse alla fine non siamo noi a conquistare le montagne.
Forse sono loro che, ogni volta, decidono di lasciarci passare.
Prima di scendere lancio uno sguardo alla
Madonnina del Blockhaus.
È lì.
Silenziosa.
Sopra i duemila metri.
Una presenza piccola dentro uno spazio enorme.
Poi arriva il momento di tornare giù.
Indosso il K-Way.
Davanti ho oltre venticinque chilometri di discesa.
Comincio a scendere.
Curva dopo curva.
Metro dopo metro.
L’aria cambia.
La temperatura cambia.
Cambiano i rumori.
Lassù avevo lasciato il traffico, le macchine,
le telefonate, gli impegni.
C’erano soltanto il vento e le nuvole.
Ora, lentamente, torno nella civiltà.
Nell’umanità.
Nella normalità.
E alla fine della discesa ricompare il traffico.
I rumori.
Le macchine.
La vita di tutti i giorni.
In pochi chilometri sei passato da un luogo dove potevi ascoltare
il rumore del vento a un luogo dove devi di nuovo aspettare
che passi un’auto.
E capisci quanto siano fragili certi momenti di libertà.
Quarto giorno: da Norcia alle Cascate delle Marmore
La Cascata delle Marmore, l’ultima tappa del viaggio
Dopo il Blockhaus decido di tornare a Norcia.
Norcia per me rimane un po’ il centro di questo viaggio.
Un luogo al quale torno.
Un punto dal quale partire e al quale, in qualche modo, rientrare.
Per l’ultima giornata voglio però fare qualcosa di diverso.
Dopo tutte queste salite, dopo il vento, la pioggia,
i chilometri e la fatica, voglio rallentare.
Davanti ho circa 75 chilometri.
La destinazione è la Cascata delle Marmore.
Voglio andare lì.
Voglio lasciare per qualche ora la bicicletta.
Arrivato, pago il biglietto d’ingresso, circa dodici euro.
Lego la bicicletta a un palo.
E questa volta continuo a piedi.
Entro nei percorsi che permettono di vedere la cascata
da punti completamente differenti.
Dal basso.
Dall’alto.
Di fianco.
Vicino.
Lontano.
Ogni volta sembra quasi una cascata diversa.
È un altro spettacolo della natura.
L’acqua precipita.
Il rumore riempie tutto.
La forza con cui cade solleva una nebbia fitta
che rimane sospesa nell’aria.
Ti bagna.
Ti avvolge.
Per qualche momento sembra quasi che l’acqua
non abbia più una direzione precisa.
Cade dall’alto ma contemporaneamente torna verso di te
sotto forma di nebbia.
Certo, non sono le cascate di Iguazú.
Quelle appartengono a un’altra dimensione.
Ma sarebbe sbagliato pensare che per trovare meraviglia
sia sempre necessario andare dall’altra parte del mondo.
Le Cascate delle Marmore sono bellissime.
E c’è anche un piccolo paradosso che rende ancora più interessante
la giornata.
Per giorni ho attraversato posti nei quali la natura continua
a dimostrare la propria forza sull’uomo.
Il Gran Sasso.
Campo Imperatore.
Il Blockhaus.
Le nuvole.
Il vento.
E alla fine arrivo davanti a una cascata che, nella sua origine,
è anche opera dell’ingegno umano.
Una grande opera idraulica diventata nei secoli parte del paesaggio.
Uomo e natura che qui sembrano essersi mescolati.
Forse è una bella immagine per terminare il viaggio.
Perché non deve esistere necessariamente una battaglia
tra l’uomo e la natura.
Forse dobbiamo soltanto imparare nuovamente a stare dentro di essa
senza sentirci sempre padroni di tutto.
Il mio consiglio è semplicissimo.
Andateci.
Non importa con quale mezzo.
In bicicletta.
In moto.
In macchina.
A piedi.
Andate a vedere questi posti.
Spendete quei dodici euro.
Camminate lungo i sentieri.
Fatevi bagnare dall’acqua.
Guardate la cascata dal basso, poi salite e guardatela dall’alto.
Perché non tutto deve avere un traguardo.
Ogni tanto possiamo anche semplicemente fermarci a guardare.
La Via del Cuore: la strada alla quale tornare
Alla fine di questi giorni capisco ancora una volta che la
Via del Cuore non è un viaggio da fare una volta e poi archiviare.
Non è uno di quei percorsi da mettere nell’elenco delle cose fatte.
È una strada alla quale tornare.
Tornare per vedere cosa è cambiato.
Tornare per incontrare nuovamente chi è rimasto.
Tornare per capire se un paese sta rinascendo.
Se un cantiere è andato avanti.
Se una casa è tornata ad avere un tetto.
Se dietro una finestra, finalmente, è tornata una luce.
Tornare anche per lasciare qualcosa.
Un caffè.
Una cena.
Una notte in albergo.
Una fetta di crostata.
Piccole cose.
Ma forse sono proprio le piccole cose, moltiplicate per migliaia
di persone, a tenere in vita un territorio.
E ogni volta che torno mi accorgo che io lascio qualcosa,
ma porto via molto di più.
Porto via la polvere di pioggia dei Sibillini.
Il silenzio del Pian Grande.
I colori di Castelluccio.
Il dolore di Accumoli.
La Torre Civica di Amatrice che continua a indicare il cielo.
La strada infinita del Gran Sasso.
Il vento di Campo Imperatore.
Pace, fatica, sudore, amore.
Porto via i trentuno chilometri del Blockhaus.
I quadricipiti che piangono.
I femorali che piangono.
I glutei che piangono.
I polpacci che piangono.
E poi, improvvisamente, le nuvole sotto di me.
Le antenne.
La Madonnina.
Quel signore di settantun anni che continua a salire.
Porto via l’acqua delle Marmore.
Ma soprattutto porto via una certezza.
Il prossimo anno tornerò ancora.
Tornerò a vedere se una casa è rinata.
Se una strada è stata riaperta.
Se un paese ha ritrovato un pezzo della propria vita.
Perché forse è proprio questo il significato più profondo
della Via del Cuore.
Continuare a tornare.
Tornare finché questi luoghi non avranno più bisogno
di essere raccontati soltanto come terre ferite dal terremoto.
Tornare fino al giorno in cui potremo raccontarli
semplicemente per quello che sono.
Alcuni dei posti più belli d’Italia.
E allora la bicicletta avrà fatto ancora una volta il suo lavoro.
Non soltanto portarmi da un punto all’altro.
Ma farmi vedere.
Farmi ascoltare.
Farmi ricordare.
E soprattutto farmi sperare.
Guarda il viaggio della Via del Cuore
Se questo racconto vi ha fatto venire voglia di conoscere questi territori,
nel video potete vedere le strade, le montagne, i paesi e molti dei momenti
che hanno accompagnato questo viaggio.
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Paolo Pagni
La Via del Cuore
www.viadelcuore.it











