Quattromila metri di quota, l’aria che si fa sottile, e ovunque intorno tracce di un impero che ha smesso di esistere cinquecento anni fa ma continua a parlare attraverso la pietra. Questa è la Valle Sacra degli Inca, intorno a Cusco, dove pedalare significa salire su altopiani oltre i tremilacinquecento metri tra siti archeologici e villaggi che coltivano la terra esattamente come facevano i loro antenati.
L’itinerario classico tra Cusco e Machu Picchu misura circa duecentoventi chilometri, centodieci dei quali su sterrato, e passa per il passo di Abra Malaga, quattromilatrecentoquindici metri che rappresentano il vero banco di prova dell’intero viaggio. Qui l’improvvisazione si paga cara. Servono tappe studiate per lasciare al corpo il tempo di acclimatarsi, e la disponibilità ad accettare che il termometro possa passare dai cinque ai venticinque gradi nell’arco di una sola giornata.
Il momento che lascia più senza fiato, più della salita stessa, arriva a Moray. Qui gli Inca scavarono terrazze circolari concentriche per sperimentare colture a diverse altitudini simulate, un anfiteatro agricolo che oggi sembra un’opera d’arte contemporanea piantata nel mezzo delle Ande. A pochi chilometri si aprono le saline di Maras, migliaia di vasche scavate nella montagna dove l’acqua salata sgorga da sola e viene raccolta con un metodo rimasto identico per generazioni. Da lì la strada tocca Ollantaytambo, Willoc e Choquebamba, dove fondamenta inca e case coloniali convivono senza che nessuna delle due sembri fuori posto.
Il traguardo, naturalmente, è Machu Picchu, raggiunta dopo Santa Maria e Santa Teresa, spesso a piedi negli ultimi chilometri in un trekking di una giornata prima del rientro verso Aguas Calientes e Pisac. Chi si mette in viaggio qui non può permettersi scorciatoie sull’attrezzatura. Una mountain bike robusta, revisionata a fondo, un kit di manutenzione completo e vestiti pensati per un’escursione termica che, tra le Ande, non concede sconti a chi arriva impreparato.











