Plinio il Vecchio la chiamò il padre dei monti. Gli abruzzesi, con la stessa deferenza ma un affetto più caldo, la chiamano montagna madre. La Majella non è semplicemente una montagna da attraversare in bicicletta, è un territorio che chiede rispetto, e lo ottiene: tra i suoi boschi vive una delle popolazioni di lupi più consistenti d’Europa, presenza reale più che leggenda da raccontare la sera al rifugio.
Il viaggio comincia poco oltre San Valentino in Abruzzo Citeriore, dove la strada si infila nella Val Giumentina, ampia e generosa, custode dell’Ecomuseo del Paleolitico e delle tracce lasciate dall’homo erectus migliaia di anni fa. Qui capita di incrociare un capriolo che attraversa la strada senza fretta, e a volte, con più discrezione, il lupo, un incontro che in pochi secondi ricorda quanto questo luogo sia rimasto autenticamente selvaggio.
A milleseiquattro metri, dopo il Passo San Leonardo, si arriva a Campo di Giove, con la sua Piane amata dagli sciatori d’inverno. Il tracciato riprende quota fianco a fianco con un binario solitario, quello della Sulmona-Carpinone, ribattezzata la Transiberiana d’Italia, che taglia il parco tra scenari che sembrano essersi fermati a un secolo fa. Chilometri senza case, senza paesi, fino alla stazione di Palena e al Valico della Forchetta, prima che Pescocostanzo si materializzi all’orizzonte come un miraggio che, per una volta, si rivela vero.
Poco fuori dal tracciato, l’Eremo di San Bartolomeo in Legio racconta un’altra storia, quella di Pietro da Morrone che lo restaurò intorno al 1250, prima di diventare Papa Celestino V. Otto secoli di fede scolpiti nella roccia, a pochi metri da dove oggi passano le ruote di una bicicletta. Due giorni, minimo, per attraversare questo territorio senza correre, lasciando che sia il silenzio, non la fatica, a restare impresso più a lungo.











