La Ring Road islandese, milletrecento chilometri intorno a un’isola che sembra un altro pianeta

Esistono strade che portano da un posto a un altro, e strade che portano a se stesse, chiudendosi in un cerchio perfetto attorno a un intero paese. La Ring Road islandese appartiene alla seconda categoria: milletrecento chilometri che circondano l’isola, attraversando vulcani, ghiacciai, cascate e distese di lava in un paesaggio che a tratti sembra girato su un altro pianeta, non sul nostro.

Il viaggio parte quasi sempre da Reykjavik, dove il club locale di mountain bike accoglie chiunque abbia bisogno di consigli aggiornati sui percorsi, magari cambiati dall’ultima eruzione o dall’ultima frana. Da qui la strada segue il perimetro dell’isola, asfaltata per circa il novanta per cento del tragitto, il che spiega perché la gravel resti la bicicletta più scelta per affrontarla, anche se una da strada con copertoni larghi se la cava altrettanto bene.

Il vero protagonista del viaggio, più delle montagne, resta il clima. Il vento cambia direzione senza preavviso, trasformando una tappa apparentemente semplice in una lotta contro raffiche laterali che spingono fuori strada. La pioggia è quasi una costante, non un’eccezione, e chi arriva senza un equipaggiamento tecnico all’altezza se ne accorge in fretta. Ma ogni fatica ha il proprio contraltare visivo: distese di lava nera che sembrano ceneri di un incendio mai spento, campi geotermici che fumano come se la terra respirasse, ghiacciai che si specchiano nell’oceano, cascate che compaiono all’improvviso dietro ogni curva senza mai avvisare.

Completare l’intero anello richiede in genere due o tre settimane, con tappe tra i settanta e i cento chilometri al giorno, a seconda di quanto il meteo decide di collaborare e di quanto tempo si vuole dedicare alle soste. Tra un paese e l’altro le distanze si allungano parecchio, e fuori dalle aree urbane le piste ciclabili dedicate restano quasi un miraggio, costringendo a condividere la strada con auto e camion. Portarsi dietro camere d’aria di scorta e l’attrezzatura per le riparazioni base, in questo scenario, non è previdenza, è pura sopravvivenza.

Chi cerca ancora più isolamento può abbandonare la Ring Road per addentrarsi negli altopiani centrali, su piste sterrate come quella di Kjölur, dove il paesaggio si fa ancora più crudo e disabitato. Ma per la maggior parte di chi arriva qui in bicicletta, il grande anello costiero basta e avanza per capire perché l’Islanda, ai margini estremi d’Europa, resti una delle avventure più intense che si possano vivere su due ruote.