La Mongolia in bikepacking, ottocento chilometri di steppa dove il silenzio diventa compagno di viaggio

C’è un paese al mondo dove si incontrano più cavalli selvaggi che esseri umani, e dove pedalare significa attraversare un’immensità che sembra non avere confini, né inizio né fine. La Mongolia, il paese meno densamente popolato del pianeta con poco più di tre milioni di abitanti su una superficie cinque volte quella italiana, si esplora in bikepacking lungo tracciati che partono da Ulaanbaatar e risalgono verso nord, fino al lago Khövsgöl, al confine con la Russia.

Il viaggio tipico copre circa ottocento chilometri in una quindicina di giorni, su piste sterrate che nei tratti migliori permettono di macinare anche novanta chilometri in una sola giornata, ma che si fanno dissestate e imprevedibili man mano che ci si allontana dalla capitale.

Le steppe si estendono a perdita d’occhio, un tappeto erboso punteggiato da mandrie di cavalli che galoppano liberi sotto un cielo che sembra troppo grande per un solo paese, mentre incontrare un altro essere umano diventa quasi un evento da annotare sul diario.

Le notti in Mongolia raccontano una storia a parte. Il freddo che arriva dalla Siberia, anche nel pieno dell’estate, impone di accamparsi con attenzione, spesso vicino a una ger, la tenda tradizionale dei nomadi mongoli, dove capita di essere accolti con una generosità che spiazza chiunque arrivi da un mondo più frenetico.

La sosta in una ger non è solo un rifugio dal freddo, è un momento di scambio autentico con famiglie che vivono ancora oggi seguendo il ritmo delle stagioni e degli spostamenti del bestiame, come facevano i loro antenati.

Chi organizza il viaggio deve fare i conti con alcuni dettagli pratici non negoziabili. L’acqua va gestita con attenzione, portando sempre scorte sufficienti tra un villaggio e l’altro, mentre pneumatici robusti e un assetto pensato per reggere piste sconnesse restano preferibili a configurazioni pensate per l’asfalto europeo. Il periodo migliore resta l’estate, quando le temperature diurne diventano gestibili, anche se le notti restano rigide e il vento, soprattutto in quota, può cambiare in fretta le condizioni di marcia.

Chi ha già affrontato questo viaggio racconta sempre la stessa sensazione: la Mongolia non si pedala per i chilometri accumulati, ma per il silenzio che, chilometro dopo chilometro, si impara finalmente ad ascoltare.