Prova a disegnare un paese su un foglio e a tracciare una linea che ne segua esattamente il bordo. È più o meno quello che fa la Ring Road islandese, milletrecento chilometri, forse qualcuno in più, che avvolgono l’isola intera senza mai staccarsi davvero dalla costa. In bicicletta, quella linea diventa un’avventura che si misura in settimane, non in giorni.
Le cifre esatte cambiano leggermente da una guida all’altra, tra i 1300 e i 1339 chilometri. La sostanza però non cambia mai. Chi viaggia in auto la percorre in una decina di giorni, chi pedala ne impiega solitamente due o tre settimane, con tappe che raramente superano i cento chilometri, spesso molte di meno quando il vento islandese decide di remare contro.
Reykjavik segna sempre la partenza e il ritorno. Prima di lasciare la capitale conviene passare dal club locale di mountain bike, perché in un paese dove i vulcani si svegliano senza preavviso e le frane cambiano la viabilità da un anno all’altro, le informazioni più aggiornate valgono più di qualsiasi mappa stampata.
Il primo tratto verso sud sembra scritto apposta per illudere il ciclista che il resto del viaggio sarà altrettanto facile. Cascate come Seljalandsfoss, che si può costeggiare persino da dietro grazie a un sentiero ricavato nella roccia, accompagnano fino alle spiagge di sabbia nera di Vík, il punto più meridionale di tutto il tragitto.
Poi il paesaggio smette di assomigliare a qualsiasi cosa vista prima. Iceberg azzurri galleggiano lenti nella laguna di Jökulsárlón, diretti verso un mare che li scioglierà lontano dagli occhi dei ciclisti. I fiordi orientali allungano le distanze tra un paese e l’altro fino a farle sembrare infinite, mentre le piste ciclabili dedicate, qui, restano più teoria che pratica.
A nord, intorno al lago Mývatn, la terra ribolle letteralmente. Zone geotermali, crateri, un odore di zolfo accompagnano per chilometri prima che la strada torni a scendere verso Reykjavik, chiudendo il cerchio. Novanta chilometri su cento sono asfaltati, il che spiega perché la gravel resti la scelta più diffusa. È però la parte non asfaltata a ricordare, a ogni pedalata, che qui la strada resta comunque un’ospite temporanea su un territorio che decide da solo le proprie regole.











