Immaginate una strada che fa perdere la vita , in media, una persona ogni giorno e mezzo. Non è una statistica esagerata, è quello che raccontano le stime sulla vecchia Via degli Yungas, in Bolivia, prima che una strada alternativa più sicura la privasse del traffico regolare. Oggi quella stessa strada, conosciuta ovunque come Death Road, sopravvive quasi esclusivamente grazie ai cicloturisti che scelgono di percorrerla.
Venne costruita negli anni Trenta del Novecento, in parte da prigionieri paraguaiani catturati durante la Guerra del Chaco. Da allora, e fino al 2009, ha collegato La Paz alla regione degli Yungas restando l’unica via percorribile, con un bilancio di vittime tra i duecento e i trecento morti l’anno secondo alcune stime. Con una lunghezza di circa 60 chilometri, con dislivello di circa tremila metri di discesa su un fondo sterrato largo appena tre metri in certi tratti.
Si parte da La Cumbre, oltre i 4600 metri sul livello del mare, dove il fiato manca ancora prima di aver toccato i pedali. Da lì la strada scende verso Coroico, un villaggio tropicale a 1500 metri, attraversando in poche ore quasi tutte le fasce climatiche del pianeta. Nebbia gelida in alto, calore umido in basso, e in mezzo una giungla amazzonica che si avvicina metro dopo metro.
I primi chilometri corrono su un tratto di asfalto moderno, pensato apposta per far prendere confidenza col mezzo prima del vero banco di prova. Poi lo sterrato prende il sopravvento, scavato letteralmente nella roccia, con precipizi che in alcuni punti superano i seicento metri verticali e senza alcun guardrail a fare da rete.
Lungo il tragitto, decine di croci raccontano una storia che nessuna guida locale prova a nascondere. Anzi, ventuno ciclisti e cinque guide morti durante le discese organizzate, dagli anni Novanta a oggi, restano un promemoria costante del rischio reale, non solo di quello percepito. Per questo motivo, quasi tutti gli operatori forniscono ormai attrezzatura di sicurezza completa, casco integrale compreso, senza eccezioni per nessuno.
Nonostante tutto, o forse proprio per questo, la Death Road continua ad attirare ogni anno migliaia di ciclisti da tutto il mondo. Chi l’ha percorsa la racconta come un’esperienza capace di restare impressa per anni, un misto di paura controllata e paesaggi che cambiano faccia a ogni tornante, dalle nuvole andine fino alla vegetazione tropicale che segna la fine del viaggio.











