Ci sono paesi che il cicloturismo internazionale ha semplicemente lasciato indietro, non per mancanza di bellezza, ma per anni di isolamento politico che hanno tenuto lontani gli sguardi curiosi. Il Myanmar è uno di questi, e chi lo attraversa in bicicletta lungo l’itinerario classico da Yangon a Bagan, circa milleduecento chilometri e settemila metri di dislivello, torna sempre raccontando la stessa cosa, quasi con un tono di sorpresa: un paese incredibilmente gentile, dove non si è mai percepito, nemmeno per un istante, un briciolo di disagio.
Si parte da Yangon, con la pagoda dorata di Shwedagon che domina lo skyline come una promessa mantenuta fin dal primo pedale, per poi risalire verso nord attraverso Mandalay, dove un libro di marmo, il più grande al mondo, riposa tra i templi cittadini, e Amarapura, dove il ponte U Bein si allunga per quasi due chilometri in teak sopra il lago Taungthaman, il ponte pedonale in legno più lungo del pianeta. Poco fuori Mandalay, Sagaing offre rifugio economico e strategico, disseminata di stupa e pagode sulla sponda occidentale dell’Irrawaddy, dove i tramonti incendiano il cielo di colori che sembrano dipinti apposta per chi arriva stanco dalla sella e per un attimo dimentica tutto il resto.
Lungo la strada le tea house spuntano di continuo, tetti di paglia e tavolini colorati dove i birmani si fermano a sorseggiare qualcosa all’ombra degli alberi che accompagnano generosamente le vie principali. L’asfalto non è sempre gentile, ma la gente lo è sempre: chi pedala qui in autonomia racconta spesso di essere stato accolto per la notte in istituti scolastici gestiti da monaci, un’ospitalità inaspettata in un paese dove il campeggio libero resta vietato, e dove qualcuno trova comunque il modo di farti sentire a casa.
E poi arriva Bagan, il finale che da solo giustifica ogni chilometro macinato prima. Oltre quattromila templi costruiti tra il 1047 e il 1287, un tempo capitale del regno bamar, oggi luogo che Marco Polo definì tra i più belli mai visti in Asia. Muoversi tra Old Bagan, New Bagan e Nyaung U in bicicletta, magari elettrica quando il caldo si fa sentire davvero, resta il modo più onesto di scoprirlo: templi che spuntano lentamente all’orizzonte, uno dopo l’altro, come se non avessero alcuna intenzione di finire.











