Prova a immaginare un intero paese che decide, quasi all’unanimità, di scommettere su due ruote. È più o meno quello che è successo a Taiwan, dove la Cycling Route numero uno disegna un anello di novecentotrentanove chilometri e mezzo intorno all’isola, completato nel dicembre 2015 dopo due anni di lavori e un investimento di 1,2 miliardi di dollari taiwanesi. Non un progetto turistico qualsiasi, ma qualcosa più vicino a una dichiarazione d’intenti nazionale.
Ogni pochi chilometri spunta uno dei centoventidue punti di ristoro seminati lungo il tracciato, pensati per non lasciare mai un ciclista senza acqua, cibo o un meccanico a portata di mano. Il Ministero dei Trasporti parla di nove giorni per chiudere il cerchio, ma chi conosce davvero l’isola preferisce prendersela con calma, anche due settimane, il tempo necessario per passare dalle foreste umide della costa alle montagne che sfiorano i quattromila metri senza sentirsi mai in ritardo su nulla.
Sul versante orientale il paesaggio non sta mai fermo, tra pianura, salite serie e discese che finiscono dritte in mare, con una sosta che quasi nessuno salta a Jiaoxi, dove le sorgenti termali sbucano un po’ ovunque per le strade del centro. Dall’altra parte dell’isola, il Sun Moon Lake resta l’immagine simbolo di Taiwan in bicicletta: si attraversano piantagioni di tè e valli in penombra fino a Ita Thao, villaggio del popolo Thao, tra le etnie indigene più antiche del paese, che accoglie chi arriva con mercati animati e spettacoli della propria tradizione.
Chi invece sceglie la costa occidentale trova tutt’altro film: più traffico, più cemento, agglomerati industriali che si susseguono senza una vera pausa. Ma è proprio nel salto tra queste due Taiwan, quella rurale del tè e quella iperconnessa delle fabbriche, che l’anello dell’isola trova il proprio senso compiuto, sostenuto da una popolazione che non guarda alla bicicletta come a un capriccio da vacanza, ma come a un pezzo della propria identità quotidiana.











