Duecento anni fa un esploratore tedesco le diede un nome, oggi i bikepacker la percorrono col fiato corto a quattromila metri

Chiudete gli occhi e immaginate Alexander von Humboldt, agli inizi dell’Ottocento, che attraversa a dorso di mulo una sequenza infinita di vulcani innevati in Ecuador. Fu lui a battezzare quel corridoio Avenida de los Volcanes, e duecento anni dopo quella stessa striscia di terra è diventata una delle mete di bikepacking più ambite e temute di tutto il Sudamerica, un banco di prova che pochi dimenticano.

Quito, la capitale ecuadoriana, segna quasi sempre la linea di partenza. A 2850 metri di quota, l’aria qui è già abbastanza sottile da far sentire la differenza persino a chi arriva da zone montuose europee, ben prima che la strada cominci davvero a mordere sul serio. Da qui il percorso sale e scende verso sud restando quasi sempre sopra i tremila metri, toccando regolarmente i tremilacinquecento nei tratti più ostici e spietati.

Il Cotopaxi apre le danze come primo, indiscusso protagonista del viaggio, uno dei vulcani attivi più alti al mondo, riconoscibile da lontano per un cono quasi perfettamente simmetrico coperto di ghiaccio. Il parco nazionale che lo avvolge regala piste sterrate ed erbose scavate nel materiale della sua ultima eruzione, con buone probabilità di incrociare tori selvatici, volpi andine e il condor che plana silenzioso sopra la testa di chi pedala, quasi indifferente alla loro presenza.

Chi segue quella che i bikepacker chiamano ormai Trans Ecuador Mountain Bike Route prosegue fino alla laguna craterica di Quilotoa, uno specchio d’acqua turchese incastonato dentro un vulcano spento da secoli, capace di lasciare senza parole anche chi ha già visto molto. Da lì la strada si fa progressivamente più remota verso Chugchilán e Isinliví, tra sentieri singoli, sterrati sconnessi e tratti dove spingere la bicicletta a mano diventa l’unica scelta sensata rimasta.

Il terreno cambia continuamente, senza mai avvertire, alternando sterrato, ciottolato e páramo aperto a perdita d’occhio. Nebbia, vento e pioggia possono ribaltare le condizioni in pochi minuti, nonostante la posizione equatoriale del paese lasci pensare, sulla carta, a un clima più stabile di quanto sia in realtà. Discendere fradici sotto un acquazzone improvviso, dopo una salita sudata fino a quota quattromila metri, non è la sfortunata eccezione, è quasi la regola non scritta che ogni cicloviaggiatore mette in conto ancora prima di partire da Quito.

Più della metà del territorio ecuadoriano resta protetto dentro oltre trenta parchi e riserve naturali, un dato che spiega da solo perché pedalare qui significhi attraversare, uno via l’altro, alcuni degli ambienti meglio conservati dell’intero continente. Chi completa l’intero corridoio, di solito in sette o dieci giorni consecutivi di fatica pura e paesaggi mozzafiato, racconta spesso di aver visto più mondi diversi in una sola settimana che in anni interi di viaggi altrove, tra hacienda secolari, villaggi indigeni e vulcani che cambiano quota, e umore, a ogni singola curva della strada.