Chiudete gli occhi e immaginate l’Ottocento, Russia e Gran Bretagna che si studiano a distanza, in quello che gli storici hanno poi ribattezzato il Grande Gioco, la lotta silenziosa per il controllo dell’Asia centrale. Da quella tensione geopolitica, negli anni Trenta del Novecento, i sovietici costruirono la Pamir Highway, oggi conosciuta anche come M41, seconda strada carrozzabile più alta del pianeta dopo un unico tracciato tibetano. Ricalca in parte un’antica variante della Via della Seta, e attraversa uno dei territori più remoti che un cicloturista possa scegliere di affrontare volontariamente, tra Tagikistan e Kirghizistan.
Il tratto più battuto dai bikepacker misura circa 1250 chilometri, da Dushanbe fino a Osh. Lungo la strada si superano valico dopo valico, incluso il passo Ak-Baital, che a 4655 metri segna il punto più alto dell’intero percorso, dove l’aria si assottiglia e ogni singola pedalata pesa il doppio del normale. Alcuni preferiscono invece un anello ancora più ambizioso, partenza e arrivo a Dushanbe, capace secondo alcune testimonianze di toccare i 1800 chilometri complessivi e quasi ventiduemila metri di dislivello accumulato, un numero che fa girare la testa solo a leggerlo.
La strada, in gran parte asfaltata ma con una manutenzione ferma in molti tratti agli anni Trenta del secolo scorso, si presenta pesantemente segnata da erosione, terremoti, frane e valanghe lungo buona parte del suo sviluppo. Solo pochi tratti restano interamente sterrati, come i venti chilometri del passo Koitezek o quelli del passo Kyzylart, mentre altrove asfalto rovinato e brevi porzioni più regolari si alternano senza un ordine prevedibile, tenendo sempre la guardia alta.
Attraversare il corridoio del Wakhan, la stretta lingua di territorio afghano incuneata tra Tagikistan e Pakistan, resta uno dei momenti che ogni cicloviaggiatore racconta con occhi diversi. Il fiume Panj segna il confine naturale tra i due paesi per lunghi tratti, con villaggi afghani visibili sulla sponda opposta, a pochi metri di distanza che restano comunque irraggiungibili, quasi un mondo parallelo osservato da lontano.
Per chi cerca un’alternativa ancora più remota rispetto al tracciato ufficiale, esiste la Valle di Bartang, considerata la variante più selvaggia, panoramica e faticosa disponibile, con duemila metri di dislivello aggiuntivo prima di ricongiungersi alla strada principale vicino al lago Karakul. Decidere se affrontarla in salita o in discesa spesso finisce per determinare l’intera direzione del viaggio, mesi prima ancora di partire.
L’elettricità resta un lusso incostante nella maggior parte dei villaggi tagiki lungo il percorso, a volte disponibile solo per poche ore al giorno, mentre i piccoli negozi locali possono restare senza rifornimenti per decine di chilometri consecutivi. Chi attraversa la Gorno-Badakhshan, la regione autonoma percorsa dalla strada, deve procurarsi in anticipo un permesso speciale, il GBAO. Nonostante tutte queste difficoltà, o forse proprio per questo, centinaia di cicloviaggiatori continuano ogni anno a cercare in questo corridoio uno dei tratti più autentici e meno addomesticati dell’intera Asia centrale, dove la fatica si misura in metri di quota e la ricompensa in un silenzio che vale ogni singolo chilometro sofferto.











