C’è un villaggio, in Azerbaijan, che il tempo sembra aver dimenticato di aggiornare. Khinaliq siede a duemilatrecento metri, ospita appena duemila anime e porta sulle spalle cinquemila anni di storia, tanto isolato da aver sviluppato tratti etnografici che non esistono da nessun’altra parte del mondo.
Per arrivarci si pedala lungo una strada che si arrampica dentro il Caucaso, partendo da Baku e passando per Quba, senza mai davvero sapere cosa aspettarsi dietro la prossima curva.
Si parte dalla capitale azera, con il Mar Caspio alle spalle come un’ultima cartolina prima delle montagne, per puntare a nord verso Quba, città addossata alle pendici della catena caucasica che da secoli custodisce una comunità ebraica di montagna, insediata su una riva del fiume mentre il resto dell’abitato vive sull’altra sponda, quasi due paesi che si guardano attraverso l’acqua.
Da qui la strada verso Khinaliq è spettacolare e senza via d’uscita: non porta da nessuna parte, bisogna tornare sui propri passi, ma quel vicolo cieco geografico vale più di qualunque scorciatoia si possa immaginare.
Chi preferisce muoversi verso ovest trova la strada che collega Baku a Sheki, dominata dal palazzo del Khan, costruito a fine Settecento interamente in legno e vestito di finestre a mosaico dai colori quasi accecanti sotto il sole.
Da lì si può sgusciare in una valle laterale che si infila per decine di chilometri nella catena montuosa, fino a Lahic, uno degli insediamenti più antichi del paese, dove la gente parla ancora una lingua tutta propria e dove, d’inverno, la strada smette semplicemente di esistere sotto metri di neve.
L’Azerbaijan sulla carta sembra piccolo, ma basta pedalare poche decine di chilometri per cambiare mondo tre volte: pianure aride accanto al Caspio, vallate verdi che si spalancano all’improvviso, villaggi di montagna che sembrano usciti da un secolo diverso dal nostro.
Le strade restano sterrate nei tratti più remoti, il caldo può farsi feroce lungo le pianure, ma quello che resta impresso più di ogni panorama è sempre lo stesso: un tè offerto in bicchierini di vetro, una famiglia che si ferma per aiutare uno sconosciuto in bicicletta, in un angolo di Caucaso che il turismo internazionale ha appena sfiorato con la punta delle dita.











