Cento chilometri di sabbia dividono due mari, e in mezzo ci pedala chiunque cerchi silenzio vero

Guardate una mappa del Baltico e noterete un dettaglio strano, una linea sottilissima che sembra quasi un errore di stampa. È la Curonian Spit, penisola sabbiosa lunga novantotto chilometri secondo il portale ufficiale Lithuania Travel, che separa il Mar Baltico aperto dalla laguna curlandese come una lama sottile piantata nel mare. Metà appartiene alla Lituania, l’altra metà finisce nell’enclave russa di Kaliningrad, ma è il tratto settentrionale, circa cinquanta chilometri, quello che ogni anno attira i ciclisti in cerca di qualcosa di completamente diverso dal solito.

La sua origine risale all’ultima era glaciale, quando correnti e venti accumularono sabbia fino a creare questa striscia di terra sospesa tra due acque, quasi per caso. Dagli anni Novanta l’intera area lituana è protetta come patrimonio Unesco, dentro un parco nazionale che custodisce dune tra le più alte d’Europa e foreste di pini piantate quasi interamente dall’uomo, nel disperato tentativo di fermare la sabbia prima che seppellisse i villaggi, come purtroppo è già successo in passato.

Il punto di partenza classico resta Klaipėda, porto principale della Lituania, da cui un traghetto trasporta ciclisti e biciclette fino a Smiltynė. Da lì comincia la pista numero dieci, che percorre l’intera lunghezza del tratto lituano alternando due mondi completamente diversi, il versante baltico con spiagge bianche quasi sempre deserte, e quello lagunare, più intimo, punteggiato da paludi e piccoli resort estivi ormai silenziosi per gran parte dell’anno.

A Nida, centro principale della penisola, conviene fermarsi più di una notte. La Grande Duna di Parnidis regala tramonti che pochi altri luoghi baltici sanno offrire, mentre la casa museo dedicata a Thomas Mann racconta le estati che lo scrittore trascorse qui prima della guerra, quando questo angolo di mondo era ancora un rifugio per artisti. Poco più a nord, verso Pervalka, restano le cosiddette Dune Morte, testimonianza silenziosa di interi villaggi inghiottiti dalla sabbia nei secoli, oggi ricordati solo da un nome sbiadito sulle mappe.

Proseguendo verso Juodkrantė si sale sulla Collina delle Streghe, un percorso nel bosco animato da sculture lignee ispirate al folklore baltico, mentre una colonia di aironi cenerini e cormorani nidifica tra i pini circostanti, indifferente ai ciclisti che passano. Chi non vuole tornare pedalando fino a Klaipėda può sempre affidarsi a un battello veloce, tagliando drasticamente i tempi rispetto al ritorno via terra.

C’è ancora spazio per allungare il viaggio, deviando verso l’isola di Rusnė nel delta del Nemunas, dove polder e canali sembrano usciti da un altro angolo d’Europa, molto più vicino ai Paesi Bassi che al Baltico orientale. Difficile trovare altrove, nel giro di poche ore di pedalata, un simile contrasto tra dune quasi sahariane e pinete nordiche, con il mare sempre visibile da entrambi i lati della strada, come una promessa mantenuta a ogni curva.