C’è un momento preciso, pedalando alle Fær Øer, in cui la strada smette semplicemente di essere terra. Scende sotto l’Atlantico, attraversa la roccia per chilometri interi, e riemerge da qualche altra parte dell’arcipelago come se nulla fosse successo. Qui, incastonate tra Norvegia e Islanda, le due ruote smettono di essere solo un mezzo di trasporto e diventano qualcosa di più vicino a un’esperienza fuori dal comune.
Il merito è di una rete di tunnel costruita per tenere insieme un pugno di isole sparse nell’oceano. Al maggio 2026 risultano attivi quattro tunnel sottomarini e diciassette gallerie di montagna, ma non tutti accolgono le biciclette allo stesso modo. Quelli di Vágar e Norðoy si possono attraversare pedalando, mentre quelli di Eysturoy e Sandoy restano vietati ai ciclisti, per la scarsa visibilità e le lunghe percorrenze in condizioni potenzialmente rischiose.
È proprio il tunnel di Eysturoy a custodire l’immagine più condivisa dell’intero arcipelago, pur restando off limits per le due ruote. Undici chilometri sotto il mare portano a quella che viene descritta come la prima rotonda sottomarina al mondo, un pilastro centrale illuminato di blu e verde, disegnato dall’artista faroese Tróndur Patursson con un motivo che ricorda una medusa sospesa nel buio dell’oceano.
Fuori dai tunnel, la sfida cambia natura ma non intensità. Vento che non concede tregua, salite ripide senza alcun preavviso, un meteo capace di ribaltarsi in pochi minuti. Ogni curva, però, nasconde un fiordo verde che si apre all’improvviso, una ricompensa che rende sopportabile ogni chilometro di fatica accumulata poco prima.
Da Tórshavn parte un giro classico verso Kirkjubøur, il villaggio più antico dell’arcipelago, per un totale di circa trenta chilometri tra andata e ritorno. Lungo il tragitto si incontrano la chiesa di Sant’Olav, tra le più antiche delle isole, la cattedrale di Magnus mai portata a termine, e Roykstovan, una fattoria di novecento anni che resiste ancora in piedi, prima di rientrare verso la capitale passando per i panorami sui fiordi di Velbastaður.
A rendere tutto ancora più prezioso è la scarsa affluenza turistica. Circa centoventimila visitatori l’anno, contro i milioni che scelgono ogni stagione l’Islanda poco più a nord. Chi arriva alle Fær Øer in bicicletta si ritrova spesso a pedalare completamente solo, con il vento e il rumore dell’oceano come unica compagnia per ore intere.











