Angkor in bicicletta, la Cambogia dei templi che si scopre pedale dopo pedale

C’è un modo di visitare uno dei siti archeologici più celebri del pianeta che non passa da un tuk tuk affollato né da interminabili file di pullman turistici. Il parco archeologico di Angkor, in Cambogia, patrimonio Unesco esteso su centosessantadue ettari nel nord-ovest del paese, si lascia scoprire in bicicletta partendo da Siem Reap, città che dista appena otto chilometri dalle prime rovine.

Il percorso più semplice, quello per una visita in giornata, copre circa quindici chilometri e concentra i templi più celebri a breve distanza l’uno dall’altro. È la scelta della maggior parte dei cicloturisti alle prime armi, capace di regalare in poche ore Angkor Wat, il tempio più fotografato dell’intero complesso, e Bayon, con i suoi volti di pietra scolpiti su ogni torre come sentinelle immobili. Chi vuole evitare la folla parte prestissimo, alle quattro o alle quattro e trenta del mattino, e per gran parte della giornata si ritrova quasi solo tra le rovine, un lusso raro in uno dei luoghi più visitati del sud-est asiatico.

Chi ha più tempo può spingersi oltre i confini del parco principale. Verso nord si raggiunge Beng Mealea, tempio del dodicesimo secolo racchiuso da un fossato enorme e in parte inghiottito dalla giungla, o Sambor Prei Kuk, un gruppo di oltre cento templi pre-angkoriani in mattoni dispersi nella foresta come reperti dimenticati. Le distanze qui si allungano fino a sessanta o ottanta chilometri al giorno, su un fondo che alterna sterrato pianeggiante a brevi tratti asfaltati, tra villaggi, palme e risaie che accompagnano il viaggio ben oltre le rovine più famose.

Il vero avversario di questo viaggio, però, non sono i chilometri. È il clima. Il caldo cambogiano resta intenso tutto l’anno, e servono scorte d’acqua abbondanti, crema solare, occhiali e un copricapo leggero, senza eccezioni. Vale la pena ricordare un dettaglio che in pochi conoscono: la Cambogia è tra i primi cinque produttori mondiali di biciclette, con un export che nel 2022 ha superato i cinquecento milioni di dollari. Un’industria silenziosa che rende quasi naturale, per chi visita questo paese, scegliere due ruote per raggiungere templi che il tempo e la giungla non hanno mai davvero smesso di reclamare come propri.